giovedì 6 aprile 2017

Chaucer / Pasolini e il messaggio dei Canterbury Tales: il significato ‘nascosto’. 


Ho raccontato queste storie solamente per il piacere di raccontarle. Il piacere di raccontare storie implica un giocare con ciò che si narra, e questo giocare implica una certa libertà riguardo alla materia. Questa libertà di fronte alla materia richiede che la ricostruzione di Chaucer sia di fantasia, e che non debba essere usata come pretesto per la ricostruzione di un periodo storico. La storia in questo film è strettamente di fantasia. Perciò devo dimenticare Chaucer per poter fare il film come un mio gioco di fantasia, un mio gioco personale come autore”.
 Con queste parole Pasolini definì il suo lavoro cinematografico sui Racconti di Canterbury, con il quale vinse l’Orso d’Oro a Berlino nel 1972. Queste stesse parole alla luce del libro ‘Who murdered Chaucer?’ appaiono sotto una luce ben diversa e più complicata. E quella libertà riguardo alla materia di cui parla Pasolini, definendo il suo film come ‘strettamente di fantasia’ lascia il posto a una ricostruzione di significati sorprendente. Come spesso accade leggendo Pasolini, si ha l’impressione che lui sapesse molto di più di quello che diceva e non potendolo esporre chiaramente, lo spiegasse con la fantasia e l’intuizione profonda del poeta e dell’intellettuale. Intuizione e sensibilità che certo aveva, ma che a mio avviso non possono spiegare del tutto certe coincidenze come quelle che mi accingo a raccontare.
I ventinove pellegrini che il poeta Chaucer immagina di incontrare alla Tabard Inn di Southwark sono uno specchio fedele della società Inglese della fine del XIV secolo. I rappresentanti di tutte le classi sociali, eccettuate la nobiltà e il proletariato contadino, si ritrovano attorno ad una stessa tavola prima di partire per visitare la tomba di Thomas Becket a Canterbury. I Canterbury Tales, oltre ad essere l’affresco multiforme e fedele di un mondo a cavallo di due epoche, sono anche un repertorio esaustivo delle forme narrative più disparate: dal racconto comico e dalla farsa salace del fabliau fino al romanzo cortese (rovesciato, a sua volta, nella parodia di se stesso) e poi il lai bretone, l’exemplum, l’apologo, la favola animalesca, le leggende dei santi e, infine, l’omelia sui peccati capitali del Racconto del parroco. Pasolini sceglie la narrazione sapida e immediata dei fabliaux e l’ambientazione popolare che li contraddistingue. Ritaglia un “suo” Chaucer, escludendo quanto non contribuisca al recupero della ‘corporalità popolare’.  In realtà Pasolini, apparentemente contraddicendo quanto lui stesso afferma sul suo film, non prescinde da quelle che sono le caratteristiche peculiari di Chaucer, e dei Canterbury Tales, dell’epoca e del contesto socio-culturale cui appartengono.
“Chaucer si colloca a cavallo fra due epoche. Ha qualcosa di medievale, di gotico: la metafisica della morte. Ma spesso si ha l’impressione di leggere un autore come Shakespeare o Rabelais o Cervantes. È un realista, ma è anche un moralista e un pedante, e inoltre mostra straordinarie intuizioni. Ha ancora un piede nel Medioevo, ma non è uno del popolo, anche se raccoglie i suoi racconti dal patrimonio popolare. In sostanza, è già un borghese. Guarda già alla rivoluzione protestante e perfino alla rivoluzione liberale, nella misura in cui i due fenomeni si combineranno in Cromwell. Ma mentre Boccaccio, che era pure un borghese, aveva la coscienza tranquilla, con Chaucer si avverte già una sensazione sgradevole, una coscienza turbata e infelice. Chaucer presagisce tutte le vittorie, tutti i trionfi della borghesia, ma ne presente anche il marciume. È un moralista, ma dotato anche del senso dell’ironia.”

Per capire lo sguardo di Pasolini su Chaucer, bisogna partire dalla fine, dal 1400, anno in cui si dice che Chaucer sia morto.
Sarebbe più giusto dire che, improvvisamente, nel 1400 Geoffry Chaucer, il padre della letteratura e della lingua inglese, scompare da tutti i documenti e cronache del tempo. Noi, ad oggi, non sappiamo come morì, dove morì e quando morì. Le cronache del tempo non ne parlano. Non c’è alcuna notizia sul suo funerale, sulla sua sepoltura. Chaucer non lasciò testamento. Insomma, le fonti dell’epoca, sulla sua ‘sparizione’ improvvisa mantennero un totale silenzio. E per quanto sembri incredibile nessuno si è mai chiesto, nei secoli, cosa realmente fosse successo al poeta.  Chaucer era un uomo famoso del suo tempo, e non fu solamente un letterato: fu un giudice di pace, un membro della House of Commons, sovraintendente alle acque del Tamigi presso la parte meridionale del porto di Londra, controllore delle gabelle sulle lane e sui pellami e vice-intendente forestale di North Pethenton Park, Somersetshire. Tra il 1389 e il 1391, svolse anche l'incarico di sovraintendente alle costruzioni reali nella regione. Fu anche diplomatico e spia di Edoardo III e del figlio Riccardo II. La sorella della moglie aveva sposato Giovanni di Gand, duca di Lancaster. Chaucer, oggi è considerato il padre della lingua inglese, al pari del nostro Dante che probabilmente conobbe. Sparì improvvisamente e nessuna cronaca del tempo ne parlò. Alcuni studiosi hanno formulato l’ipotesi che, in effetti, Chaucer ai suoi tempi fosse letto e conosciuto solo in una piccola e ristretta cerchia della società inglese, quella aristocratica che gravitava attorno alla corte di Riccardo II. Ciò sembrava avvalorato dal fatto che nelle biblioteche personali di aristocratici e soprattutto borghesi inglesi del tempo, non fossero state trovate moltissime copie dei lavori di Chaucer. Ma, anche in questo caso, non si è tenuto conto che molto del materiale potrebbe essere stato disperso se non distrutto, come vedremo più avanti. E’ un fatto che ai suoi tempi Geoffrey Chaucer fosse un personaggio pubblico importante e conosciuto, per questo appare così strano che la sua morte, all’epoca, non sia stata menzionata in nessun documento. I suoi biografi del ventesimo secolo lo descrivono come un uomo vecchio e di salute instabile. Ma queste sono tutte speculazioni, senza prove documentali certe, basate solo sul fatto che all’epoca della sua sparizione Chaucer aveva 59 o 60 anni. Ma anche a quei tempi, se si aveva la fortuna di superare indenni i primi 40 anni di vita senza incappare in malattie o morti violente per mano altrui, si aveva la possibilità di vivere comunque a lungo. Dunque l’età di per sé non vuol dire nulla. Chaucer fu un poeta e un intellettuale della corte di Riccardo II, il re che prese nelle sue mani il potere effettivo nel 1389, poco dopo la sanguinosa repressione della rivolta dei ’contadini’. Il perno della politica di Riccardo II fu la ‘pace’, soprattutto la pace con la Francia. La sua politica di ‘pace’ rappresentò una novità eclatante della politica inglese, un vero e proprio shock culturale per gran parte dell’aristocrazia inglese del tempo che aveva fondato la proprio fortuna e il proprio potere proprio sulla guerra, in particolare sulla guerra contro la Francia. Riccardo II era stato educato in un ambiente intellettuale particolare che si rifaceva a Dante, e agli scritti dei più grandi teorici politici del tempo quali Marsilio da Padova, che fu rettore dell’Università di Parigi dal 1312 al 1313. Lo stesso Chaucer condivideva questo nuovo pensiero politico, religioso e sociale che considerava la guerra propria dei tiranni.
Riccardo II volle trasformare la cultura di ‘guerra’ della corte inglese, in una cultura di ‘pace’. Volle cambiare l’intero indirizzo politico della cultura inglese del tempo. E il concetto di pace non aveva solo una ragione idealistica, ma anche economica. Anni di guerra contro la Francia avevano svuotato i forzieri della corona e riempito quelli dei grandi nobili. Dunque la corona aveva perso potere economico e politico rispetto alla nobiltà. Il concetto di ‘pace’ che Riccardo II promulgava, era un discorso finemente politico. E questa politica della ‘pace’ la ritroviamo all’epoca presso tutte le corti più importanti d’Europa, uno ‘spirito del tempo’, avrebbe detto il Manzoni, supportato dagli intellettuali di corte più illuminati, che proprio nelle corti avevano alla fine sostituito i menestrelli. Accanto ai monarchi ora c’erano gli intellettuali, poeti e filosofi, non più i menestrelli. I monarchi incoraggiano e finanziano intellettuali, poeti e filosofi, è il tempo di Petrarca, di Dante. Queste corti illuminate d’Europa favoriscono una letteratura, una poesia e una filosofia scritta in volgare, scritta in una lingua che definiremmo oggi, nazionale, a dispetto del latino. Ma questa scelta non è presa, come penseremmo oggi, per favorire un concetto di nazione. Al contrario, la scelta del volgare è vissuta all’epoca come un’apertura verso il mondo. Il latino, ricordiamo, è la lingua per eccellenza della Chiesa. La monarchia, il potere temporale, che sceglie la lingua vernacolare, sceglie la differenziazione. In questa visione politica il monarca diviene per l’intellettuale del tempo un simbolo pregnante. Nel prologo di The Legend of Good Women, Chaucer descrive The God of Love richiamando chiaramente la persona di Riccardo II: Riccardo II ha i capelli d’oro e il suo simbolo è il SOLE, la sua corona è il SOLE e il sole nello stemma dei Plantageneti è simboleggiato a sua volta dalla ROSA. Quando nel 1389 Riccardo II arriva al potere ha 14 anni. E’ un re molto giovane, ma ha alle sue spalle una corte di intellettuali molto importante nella quale è cresciuto, e di questa corte fa appunto parte Chaucer. La corte reale ai tempi di Riccardo II viveva il fermento culturale e politico diffuso in tutte le corti europee. Il fermento era anche religioso, e non avrebbe potuto essere diversamente visto che all’epoca politica e religione erano intrinsecamente unite. La religione era Roma, era Roma e il potere papale che sempre pendeva, come una spada di Damocle sul potere temporale, sulla sua legittimazione. Ma proprio in quegli anni la chiesa di Roma vive una profonda crisi politica e morale. I papi sono chiusi nella loro fortezza-esilio di Avignone, e sotto accusa era la profonda corruzione di quella Chiesa. In Inghilterra, nel periodo di Riccardo II e di Chaucer, apparve un grande riformatore: Jhon Wyclif. Il riformatore denunciò la corruzione della Chiesa, e soprattutto rivendicò ai fedeli il diritto di leggere la Bibbia e sentire la messa nella propria lingua madre; di più, mise in dubbio la presenza reale di cristo nell’eucarestia. Anticipò temi che poi ritroveremo in campo riformatore ben due secoli dopo. E la corte di Riccardo II, i suoi intellettuali di riferimento tra cui Chaucer sembrarono appoggiare o comunque proteggere Jhon Wyclif e le sue idee. Questa politica si scontrò con fatti molto concreti. Si scontrò con una nobiltà inglese che aveva spostato molti dei suoi figli cadetti sulla carriera ecclesiastica, con una nobiltà dunque che aveva fatto della Chiesa un suo personale feudo. Combattere la corruzione della Chiesa significava concretamente attentare ai soldi della Chiesa, ai soldi e al potere di questa parte della nobiltà inglese che era di per sé autonoma nei confronti del monarca. Questa politica di ‘pace’ di Riccardo II che in realtà mirava a rafforzare la figura del monarca di fronte al potere temporale e spirituale della chiesa di Roma, si scontrò dunque con i forti interessi di gran parte della nobiltà inglese. E fu proprio un arcivescovo che si diede da fare per organizzare un colpo di stato e buttare giù dal trono Riccardo II e tutta la sua corte. Fu l’Arcivescovo di Canterbury, Thomas Arundel, a complottare contro Riccardo II e detronizzarlo mettendo al suo posto sul trono nel 1399 Enrico IV della famiglia dei Lancaster e ponendo fine, con la morte di Riccardo II alla dinastia dei Plantageneti. E’ in questo periodo che Chaucer lavora alla sua opera più significativa i Canterbury Tales. Chaucer lavora alla sua più grande e importante opera proprio quando finisce un’epoca, proprio quando si sfalda tutto un mondo politico, intellettuale, filosofico e poetico che lui stesso aveva rappresentato alla corte di Riccardo II. Chaucer entra nel mirino del nuovo re ma soprattutto nel mirino dell’Arcivescovo Thomas Arundel capo indiscusso della chiesa inglese e il vero Potere dietro il trono. E’ ormai un intellettuale scomodo e sorvegliato. Il clima culturale, politico e religioso inglese durante il regno di Enrico IV con capo della chiesa Thomas Arundel diventa soffocante, conservatore, fisso in un cattolicesimo ortodosso e romano che non lascia spazio a una lettura della Bibbia in inglese, che rimette al primo posto la lingua latina davanti al vernacolare, e che taccia di eresia chi non crede nel miracolo dell’eucarestia, accendendo i primi roghi. Poeti, filosofi, intellettuali, tutti fiutano il cambiamento d’aria e di regime e molti si adeguano purgando le loro opere e rendendole più prudenti, e gradite al nuovo potere. Appaiono i poemi adulatori del nuovo re, in latino. Chaucer invece scriverà un poema ironicamente adulatorio nei confronti del nuovo re, in inglese. Un’ironia che scadeva quasi nel ridicolo, rendendo il poema per certi versi sovversivo, definendo il nuovo re un conquistatore di Albione, quando ben si sapeva che Enrico IV doveva il trono all’arcivescovo Arundel. Chaucer definiva il nuovo re tale per conquista, per genealogia e libere elezioni. Ma, in realtà, nulla di tutto ciò era avvenuto. Enrico IV non apparteneva alla dinastia dei Plantageneti come Riccardo II, non aveva conquistato il potere da sé, e la House of Commons non aveva ratificato la sua presa di potere. I versi di Chaucer sembravano davvero una presa in giro e una denuncia. Pochi mesi prima della sua sparizione o presunta morte, Chaucer si ritirò a vivere presso l’abazia di Westminster, che era stata LA chiesa speciale di Riccardo II. Proprio attorno all’abazia di Westminster si concentrava tutta l’opposizione al nuovo re Enrico IV. In questo torno di tempo Chaucer mette a punto i Canterbury Tales. Secondo gli studi più recenti il poeta inizia a scrivere le prime novelle già nel 1388, ma nel 1400 anno della sua scomparsa l’opera è ancora incompiuta. Chaucer dunque deve avere rimaneggiato più volte l’opera tanto che non si sa esattamente l’ordine dei racconti. Ce ne sono pervenuti 24, e nel prologo il poeta scrive di centoventi storie. Una copia originale manoscritta completa dei Canterbury Tales non è giunta fino a noi, e gli autori del libro ‘Who murdered Chaucer’, considerando la temperie politica e religiosa degli ultimi anni che precedettero la scomparsa misteriosa e improvvisa del poeta, avanzano l’ipotesi che l’opera sia stata rimaneggiata e censurata proprio da chi riteneva Chaucer pericoloso. Avanzano l’ipotesi che Chaucer stesso sia incorso in una brutta fine a causa del suo impegno letterario, del suo passato come intellettuale alla corte di Riccardo II del quale, probabilmente, restò un sostenitore fino alla fine, contro il potere ritenuto illegittimo del nuovo re Enrico IV. Geoffrey Chaucer dunque sarebbe stato fatto sparire dai suoi avversari politici, e forse la sua grande opera, per la quale è considerato il padre della letteratura e della lingua inglese fu rimaneggiata e censurata da chi lo uccise.
Ora, ritornando alla versione cinematografica dei Canterbury Tales di Pasolini, è impressionante riguardarla tenendo conto di queste ultime ‘ipotesi’ sulla vita o meglio sulla morte di Chaucer. Nel film Pasolini stesso interpreta il poeta, un poeta ormai solo, scollegato dai suoi stessi personaggi che si prendono gioco di lui e lo dileggiano anche. Questa interpretazione del poeta inglese che sembrava una scelta di fantasia da parte di Pasolini, è invece molto aderente alla realtà degli ultimi tempi della vita del poeta inglese che si trovò probabilmente isolato, in pericolo di vita e la cui opera forse fu rimaneggiata. Pasolini si dimostra un fine conoscitore dell’epoca e del personaggio, e interpretandolo si identifica con esso. Chaucer si trova ad essere alla fine un intellettuale scomodo e in pericolo di vita, contro un Potere che oggi definiremmo ‘fascista’, un Potere nel quale Chiesa e Stato costituiscono un eccezionale sodalizio di repressione culturale e politica. Ripensiamo all’Italia politica e culturale dei giorni pasoliniani, ripensiamo al clima culturale e politico di quei giorni. Solo tre anni dopo il film Pasolini morirà in un modo atroce e il suo, credo ormai si possa ben definire un omicidio di stato.
Come sempre Pasolini dice, racconta, spiega per chi ha occhi per vedere.
Per finire, per gli amanti della simbologia e non solo, dal 1455 al 1485 sarà combattuta in Inghilterra la sanguinosa guerra delle due rose tra i Lancaster e gli York. Nello stemma dei Plantageneti e di Riccardo II che ne fu l’ultimo rappresentante oltre alla ROSA vi era anche un cervo bianco incatenato alla corona. Gli stemmi del suo usurpatore, Enrico IV, saranno la ROSA ROSSA e il cigno bianco incatenato alla corona reale.

venerdì 24 marzo 2017

Il mago di Hitler, 1931-1933: banche, omicidi, 

suicidi, ricatti e società occulte. 





La biografia di quello che fu definito ‘il mago di Hitler’, Jan Hanussen , è significativamente ancora oggi avvolta nel mistero. Esistono pochi studi storici che lo riguardano, tra essi la biografia dello studioso Mel Gordon, professore di teatro all’Università della California di Berkeley, pubblicata nel 2001 dal titolo: Il chiaroveggente (o lo stregone) ebreo di Hitler. Per iniziare, il vero nome di Hanussen era Herschmann-Chaim Steinschneider. Era nato il 2 giugno 1889, meno di due mesi dopo la nascita dello stesso Hitler (20 aprile 1889). Hanussen come illusionista fu secondo per importanza e celebrità solo a Harry Houdini. Figlio di comparse teatrali, lascia la famiglia d’origine per cercare la fortuna andando a lavorare in piccoli teatri e organizzazioni circensi. Lavora anche a Vienna come cantautore e giornalista scandalistico. E proprio per quest’ultima attività sarà sospettato di estorsioni e ricatti nei confronti di personaggi importanti del mondo viennese, la cui vita privata è presa di mira dal giornalismo del geniale mago, che sarà il veggente-indovino del futuro cancelliere del III° Reich. Lo scoppio della prima guerra mondiale lo trova attore di cabaret.  È in questo periodo che decide di modificare di volta in volta il suo nome, definendosi un aristocratico danese, anche se non parla il danese. Racconta di essere un orfano danese adottato da ebrei boemi . Già prima del 1914 si era specializzato nelle tecniche di lettura del pensiero e di predizione del futuro, attraverso la telepatia e l’osservazione del soggetto. La sua carriera non si limitò alla scena, egli diventò un vero e proprio detective psichico e fu spesso chiamato in aiuto dalla polizia. In un’occasione Hanussen riuscì a fare arrestare un falsario che aveva stampato banconote contraffatte della Banca Centrale Austriaca, e ciò gli procurò l’apprezzamento di molti influenti personaggi della business community, della politica e dell’establishment della psicologia ufficiale. Questi ultimi, gli psicologi accreditati, studiarono e testarono le sue abilità psichiche giungendo alla conclusione che era un imbroglione, ma non tutte le volte! Hanussen dovette affrontare anche un processo per frode nella città cecoslovacca di Leitmeritz, a causa della sua attività pubblica di illusionista psichico, e definì il processo come l’ultimo processo di stregoneria in Europa. Fu assolto. Hanussen fu anche produttore di film e impresario teatrale. Operò a Berlino nei primi anni venti, ma è solo nell’ultimo periodo della Repubblica di Weimar che concentra sulla capitale tedesca la sua attività, diventando anche un famoso editore di pubblicazioni specializzate in giornali e magazines che si occupavano di scandali e astrologia. Stando a quanto riferisce John Toland nella sua biografia intitolata Adolf Hitler, Hitler ed Hanussen si incontrano la prima volta nel 1926 nell’abitazione di una facoltosa personalità mondana. In questo primo incontro, Hanussen si sarebbe rivolto così a Hitler:  ‘If you are serious about entering politcs, Herr Hitler, why don’t you learn how to speak? . Il mago si offrì a Hitler per insegnarli la comunicazione politica, insomma, come maestro del linguaggio del corpo. Negli anni seguenti, Hitler e Hanussen ebbero brevi incontri, nei quali il mago rivelò a Hitler non solo i trucchi dell’eloquenza, ma lo consigliò anche nella selezione dei suoi accoliti. Stando a quanto riferito da John Toland, Hanussen presenta a Hitler dei versi di predizione all’inizio del 1933:
‘La strada per l’obiettivo finale è ancora bloccata,
I giusti aiutanti non si sono ancora riuniti,
Ma in tre giorni – da tre Paesi,
 
Attraverso la banca ogni cosa cambierà!
E poi un giorno prima della fine del mese,
Voi raggiungete il vostro obiettivo e la svolta decisiva!
Nessun aquila potrebbe portarvi sulla vostra strada,
Le termiti devono rosicchiare la vostra via!
Cade a terra ciò che è marcio ed appassito.
Già c’è il cigolio delle travi!’.
Questi versi di Hanussen sono sempre stati letti come una prefigurazione della nomina a Cancelliere di Hitler stesso il 30 gennaio 1933. Ma la frase più interessante dell’intera predizione è sicuramente: ‘Attraverso la banca ogni cosa cambierà’, traduzione letterale della frase tedesca ‘Durch die Bank’. A significare che, tramite un consesso bancario ristretto (che Ribbentrop e Goering poi, in effetti, procureranno al loro leader), le difficoltà economiche in cui sembra stia per naufragare il N.S.D.A.P. d’improvviso si risolveranno per la provvidenziale iniezione monetaria dei banchieri. Più che una predizione questa di Hanussen sembra un confortante messaggio politico. Hitler e Hanussen si incontrano una dozzina di volte tra il 1932 ed il 1933. Malgrado prima del 30 gennaio ’33 non vi fosse apparentemente nulla di certo nell’ascesa di Hitler al potere. I risultati delle elezioni parlamentari del novembre 1932 erano stati deludenti per il Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi, e le sue casse finanziarie si erano prosciugate. In questo periodo Hitler arriva addirittura a minacciare il suicidio, e i suoi seguaci del N.S.D.A.P. iniziano a chiedersi se egli abbia realmente le qualità di Führer.
Nel 1931 poi era accaduta una strana vicenda, di cui ancora oggi si sa pochissimo. Una vicenda che segna la vita del futuro dittatore: la morte dell’amata Geli Raubal: la donna più amata da Hitler, l’unica che avrebbe voluto sposare. L’unica per la quale pensò di abbandonare la sua carriera politica, e provvidenzialmente morta. Angelika Raubal detta Geli era in realtà la nipote di Adolf Hitler, figlia della sorellastra. Nel 1927, dopo il diploma, Hitler l’aveva condotta con sé al congresso del Partito Nazista a Norimberga e poi anche a Berlino, Amburgo e Weimar. Durante questi viaggi, la giovane Raubal era accompagnata anche dalla madre e da Rudolf Hess che era il loro autista. Geli aveva deciso di studiare medicina presso l'università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera e prese una camera in una pensione situata a non molta distanza dalla residenza dello zio Adolf Hitler. Nel tempo libero la giovane si recava all'Opera con lo zio o viaggiava con lui. Ad un certo punto Geli abbandona la facoltà di medicina. Nel 1927 Rudolf Hess comunica a Hitler che Emil Maurice (cofondatore delle SS nonché autista di Hitler) gli ha confessato di volersi sposare con Angelika; ma la ragazza è ancora minorenne, e la cosa è fuori questione. Hitler minaccia di rispedirla a Vienna, e nel gennaio 1928 licenzia Maurice. Nell'ottobre 1929, Hitler si trasferisce con la nipote in un appartamento presso Prinzregentenplatz 16. In questo periodo Geli si mette in testa di diventare cantante lirica, e lo zio finanzia i suoi studi. Il 14 settembre 1930, Adolf Hitler è eletto al Reichstag. Gregor Strasser, rivale politico interno al partito, lo diffama accusandolo di avere un rapporto incestuoso con Geli.  Il 18 settembre 1931 Geli si suicidò nell'appartamento di Prinzregentenplatz, ufficialmente sparandosi con la pistola di Adolf Hitler, una Walther calibro 6,35 mm. L'ipotesi di suicidio non fu però pienamente accertata, sebbene non ci fossero prove concrete per affermare il contrario. La stanza in cui fu ritrovata Geli, ad esempio, era chiusa dall'interno. Già all'epoca dei fatti alcuni quotidiani riportarono una versione diversa dell'accaduto. Più esplicito di tutti fu il Münchener Post, che il 20 settembre 1931, in un articolo riportava che il 18 settembre 1931 Hitler sparò alla propria amata nipote, Geli Raubal, 24 anni. L'omicidio, secondo il giornale, era stato archiviato come suicidio dal Ministro della Giustizia bavarese, un alleato politico. Pare che il pomeriggio del 18 settembre ci fosse stato un duro litigio tra zio e nipote. Alla polizia Hitler spiegherà che la nipote desiderava continuare a fare la cantante, e tuttavia si sentiva molto sotto pressione. Il fatto poi che alla ragazza fosse stato concesso un funerale cattolico nonostante il suicidio, fu per molti una prova del fatto che in realtà la giovane era stata uccisa. Quando, a Norimberga, gli giunse la notizia del suicidio della nipote, sembra che Hitler avesse meditato di togliersi la vita (fatto non nuovo, documentato anche in occasione del fallimento del Putsch del 1923). Durante il processo di Norimberga, Hermann Göring riferì che la morte della nipote segnò profondamente Hitler, lasciandogli ferite tali da mutare per sempre il suo modo di relazionarsi con gli altri. Hitler conservò la stanza di Geli intatta, impedendo a chiunque di entrarvi. Fece realizzare un busto di Geli da Ferdinand Liebermann, e conservò un ritratto della nipote nella propria camera da letto, sia presso il Berghof che presso la Cancelleria di Berlino. Leggenda vuole infine che Hitler abbia usato la stessa pistola della nipote per uccidersi. Che sia stato davvero Hitler a uccidere la nipote, o che sia stato qualcun altro, o che la ragazza si sia effettivamente suicidata, certo sparì una persona che poteva creare grossi problemi alla carriera politica di Hitler. Certo sparì una persona possibile fonte di ricatti e problemi.
Un anno dopo la morte di Geli, Hitler e il suo partito perdono le elezioni e le casse sono vuote. Di nuovo pare che Hitler pensi al suicidio. Ma è a questo punto che Hitler, fervente appassionato del mondo dell’occulto, convoca al quartier generale nazista dell’Hotel Kaiserhof di Berlino, per una seduta privata, il più rinomato chiaroveggente che sembra esserci sulla faccia della terra: Hanussen. All’epoca il mago ha 43 anni ed è noto in Europa Centrale per la sua conoscenza e padronanza dei fenomeni psichici, per la stesura degli oroscopi, e per la capacità di sbalordire con i suoi atti di ipnosi e lettura del pensiero. Hitler, era diventato un suo seguace già nel 1932 quando il giornale di Hanussen, il settimanale psichico Berliner Wochenschau, aveva pubblicato la previsione-profezia che affermava che entro un anno Hitler sarebbe stato nominato Cancelliere tedesco. Quando Hanussen arriva al Kaiserhof in quel giorno (non precisato) del gennaio 1933, il leader nazista è sconsolato e pieno di dubbi sul suo avvenire. Decide di tenere segreto l’incontro con Hanussen, preoccupato di un possibile esito negativo. Hanussen fa sedere Hitler su una sedia al centro della stanza, analizza le sue mani, studia la conformazione della sua testa e sprofonda in uno stato di trance mistico. Le parole che gli escono dalla bocca riempiono Hitler di euforia: ‘Io vedo la vittoria per Voi. Ciò non può essere fermato . Il 30 gennaio del 1933 Hitler arriva alla cancelleria tedesca.
 
 
L’incendio del palazzo del Reichstag, il 27 febbraio 1933, di cui furono incolpati i comunisti tedeschi, porta al consolidamento del cancellierato nazista e alla sospensione di tutte le libertà civili. La sera del 26 febbraio 1933, il giorno prima del rogo del parlamento tedesco, Hanussen tiene una seduta spiritica al suo
 Palazzo dell’Occulto, un tempio pagano marmoreo rivestito d’oro, fulcro delle arti nere, decorato con segni astrologici e statue religiose. In questo edificio, la sera del 26 febbraio 1933, alla presenza di ufficiali nazisti e vips dell’epoca, nella camera degli specchi, il chiaroveggente interroga pubblicamente una medium chiamata Maria. Hanussen chiede alla donna cosa vede. Maria chiude gli occhi e dice di vedere del rosso. Il maestro vuole sapere di più dalla medium e le chiede se il rosso potrebbe rappresentare delle fiamme (!). Maria cerca di mettere a fuoco le immagini e risponde che sì, le sagome rosse potrebbero essere delle fiamme, e specifica: fiamme da un grande edificio. Hanussen interpreta la visione della ragazza: ‘Ci sono fiamme. Io vedo una grande struttura che sta per essere distrutta dal fuoco . Il giorno dopo, in effetti, il Reichstag prenderà fuoco, e la natura dolosa dell’incendio rappresenta ancora oggi uno dei maggiori enigmi della storia del XX° secolo. Certo è che Hanussen aveva ‘avvertito’.
Il comunista olandese Marinus van der Lubbe fu ufficialmente indicato come l’artefice del rogo del Reichstag. Hanussen era in contatto con qualcuno infiltrato nelle fila naziste o era connesso in qualche modo coll’incendio? La storia ufficiale che attribuisce ai nazisti l’attentato, divulgata dal Partito Comunista tedesco all’indomani del 27 aprile e accettata con parecchie riserve dopo il 1945, è oggi messa in dubbio alla luce dell’oscuro ruolo avuto da Hanussen, e dei suoi legami coi nazisti, coi comunisti e con Van der Lubbe in particolare. Lo studioso Mel Gordon avanza l’ipotesi che Hanussen abbia esercitato una sorte di suggestione ipnotica sul comunista olandese Van der Lubbe spingendolo a compiere il gesto incendiario, o abbia addirittura appiccato egli stesso l’incendio e abbia voluto in qualche modo addossarsi la colpa dell’accaduto. Van der Lubbe, ufficialmente il colpevole, emerge dai resoconti processuali come una personalità problematica e disturbata. Hanussen aveva stretti legami col partito nazista, specialmente dopo la sua predizione dell’ascesa al potere di Hitler nel gennaio 1933. Aveva prestato centinaia di migliaia di marchi ad alti esponenti delle gerarchie nazionalsocialiste, come Hermann Goering, e tratteneva ricevute scritte dei suoi crediti verso i dirigenti nazisti. Il fatto che Goering sia stato in contatto con Hanussen può anche far acquisire una luce più chiara all’affermazione fatta da Goering stesso a Norimberga sull’estraneità e il non coinvolgimento del partito nazista nell’incendio del parlamento germanico. Circostanza, quella dell’estraneità nazista nell’attentato del 27 febbraio 1933, confermata anche dal capo della GE.STA.PO. Heinrich Müller, dopo la seconda guerra mondiale. Quest’ultimo, ufficialmente scomparso nel maggio 1945 e dato per morto dagli anglo-americani, avrebbe lavorato nell’intelligence statunitense fino agli anni ’50. Hanussen assiste e aiuta il Conte Wolf Heinrich von Helldorf, il sadico e depravato comandante delle S.A. (SturmAbteilungen) berlinesi, che saranno eliminate da Hitler e dalle S.S. il 30 giugno 1934 colla Notte dei lunghi coltelli. È possibile che Hanussen possa aver avuto informazioni interne sull’attentato al Reichstag o che sia stato perfino più direttamente coinvolto nella vicenda. Alcuni studiosi formulano l’ipotesi di un mind control con una suggestione post-ipnoyica di Hanussen su van der Lubbe, con o senza il sostegno di cospiratori nazisti. Ma proprio dopo l’incendio del parlamento tedesco, cambia qualcosa e la stella di Hanussen si offusca.
La sera del 24 marzo 1933, una squadra di S.A. irrompe nel suo appartamento e requisisce tutta la documentazione relativa ai crediti da lui vantati su importanti esponenti del N.S.D.A.P.  Hanussen viene portato via e interrogato per numerose ore e poi rilasciato. Tornato a casa, preso dal panico, telefona ad amici e familiari informandoli del fatto. Viene nuovamente arrestato la mattina successiva, 25 marzo 1933 e sparisce. Il suo corpo sarà trovato due settimane dopo in un sobborgo alla periferia di Berlino, percosso, ferito a morte da un’arma da fuoco e parzialmente mangiato dai vermi. Le opere di Hanussen vengono subito date alle fiamme, compresi i giornali astrologici. L’anno successivo il governo proibisce le attività di predizioni. Probabilmente non perché i nazisti non prendano sul serio queste cose, ma, al contrario, proprio perché le prendono molto sul serio! L’oroscopo stilato da Hanussen per Hitler apparso sulle pubblicazioni dello stesso chiaroveggente viene proibito.
Oltre al problema dei debiti degli esponenti delle S.A. verso Hanussen, si avanza l’ipotesi che Goebbels e Goering potessero temere la presa psicologica esercitata da Hanussen su Hitler. Altro ipotizzabile movente della morte di Hanussen, anche se è solo una congettura, può essere rappresentato dal fatto che quest’ultimo potrebbe aver compiuto riprese filmate degli incontri omosessuali di alcuni membri delle S.A., tra cui il loro leader Ernst Röhm, poi eliminato dalle S.S. hitleriane il 30 giugno 1934.
Certo, per capire la figura di Hanussen è importante considerare l’ambiente esoterico tedesco e austriaco , dei primi anni trenta del Novecento. Oltre ad Hanussen vi fu un personaggio di particolare importanza nel contesto che trattiamo: si tratta dell’ermetista ceco-tedesco Franz Bardon. Nato il primo dicembre 1909 a Katherein, in Moravia settentrionale, presso Opava (in tedesco Troppau) nella provincia di Severomoravsky, ancora giovanissimo, alla fine degli anni ’20 si trasferisce in Germania per lavoro dove, come Hanussen, si esibisce in teatri e cabaret con spettacoli di ipnomagnetismo e prestidigitazione. Bardon, dopo un periodo trascorso in un campo di concentramento nazionalsocialista nella seconda metà degli anni ’30, si stabilisce nei primi anni ’40 a Monaco di Baviera, dove si dedica a studi di medicina. Tornato nel suo paese natale nel 1945, l’occultista oltre ad approfondire i suoi studi in campo medico, si concentra sull’insegnamento del pensiero magico-ermetico, pubblicando una trilogia di opere sull’argomento. Muore il 10 luglio 1958 a Brno. Egli raccontò di essersi scontrato negli anni ’30 con potenti organizzazioni magico-occulte, dalle tendenze sataniche e a caratterizzazione massonica. La principale di queste organizzazioni sarebbe stata il F.O.G.C. (Ordine Massonico della Centuria D’oro) . Fondata, probabilmente, a Monaco di Baviera nel 1840 da alcune importanti personalità dell’industria e della politica, il F.O.G.C. si sarebbe estinto nel 1933. Ma alcuni Ordini magico-iniziatici formatisi posteriormente come la Fraternitas Saturni, (1926-1928), vicina al thelemismo di Aleister Crowley o l’Adonistische Gesellschaft e l’Ateschega-Adonisten Bund, ad essa connessa, create entrambe nel 1925 dall’orientalista Franz Sättler alias Musallam, oltre all’Orden Mentalischer Bauherren, costituito nel 1922 da Friedrich Wilhelm Quintscher, deriverebbero proprio dal F.O.G.C. Quest’ultimo, costituitosi in una Loggia di 99 membri, ufficialmente allo scopo di screditare, presso il grande pubblico, le discipline esoteriche e spirituali, in realtà le avrebbe praticate in segreto. Pare che la gran parte degli aderenti al F.O.G.C. provenisse dal mondo economico-finanziario, mondo al quale sarebbe stato iniziato, a partire dal 1930, lo stesso Adolf Hitler. Ciò è quanto afferma e rivela Bardon alla sua amica e seguace Otti Votavova. Se la notizia relativa all’appartenenza del futuro Führer al F.O.G.C. fosse confermata, l’intera questione dei finanziamenti al Nazionalsocialismo hitleriano andrebbe rivista e ulteriormente approfondita. Per stare in tema, andrebbero riesaminati i moventi – ad oggi ancora oscuri – che portarono all’eliminazione di Hanussen. Il rapporto del mago col futuro Cancelliere del III° Reich, e i legami di Hitler stesso con gli ambienti economico-finanziari germanici e anglosassoni, USA compresi, collusi col F.O.G.C. sarebbero strettamente interdipendenti e sarebbero certo una spiegazione assai razionale delle predizioni di Hanussen riguardo la carriera politica di Hitler. E in tale intreccio occulto si troverebbe la causa dell’assassinio di Hanussen, organizzato forse addirittura all’insaputa di Hitler. Il F.O.G.C. sarebbe stato, in questa interpretazione, comunque, non la sorgente originaria del motore esoterico nazista, ma, probabilmente, il cerchio più esterno di una Comunità iniziatica a carattere misterico.

Fonti: Alessandro De Felice rivista <<ATRIUM>> Centro Studi Metafisici Tradizionali, n. 1, 2004, Trento, PP. 45-62; <<Ricerche>> C.R.E.S. (Centro di Ricerca Economica e Scientifica), anno 10, n. ¾ agosto-dicembre 2006, Catania, 2006.
Gordon, Il mago di Hitler. Erik Jan Hanussen, un ebreo alla corte del Führer, Mondadori, Milano, 2004, che contiene importanti fonti di approfondimento bio-bibliografico.


lunedì 13 marzo 2017

LA BESTIA DELLO GEVAUDAN SCRITTA DALL'ABATE
 FRANCOIS FABRE
(Capitolo I)



Nel 1901 l'abate Francois Fabre pubblicò per la prima volta tutta una serie di documenti sulla misteriosa vicenda della Bestia dello Gévaudan, documenti da lui trovati negli archivi di Clermont. Qui di seguito il primo capitolo della sua cronaca basata sui documenti ufficiali.

CAPITOLO PRIMO
LE PRIME APPARIZIONI DELLA BESTIA

Il 3 luglio 1764 sui confini dello Gevaudan e del Vivareis, nel villaggio di Habats vicino a Saint-Etienne-de-Lugardarès, una giovane ragazzina di quattordici anni fu brutalmente divorata. La stessa sorte toccò l’otto del mese seguente ad una ragazzina di quindici anni di Masmejean, vicino a Puy-Laurent nello Gevaudan: fu divorata da una bestia sconosciuta.
La popolazione dei villaggi vicini si mise in allarme. E il terrore si fece grande quando si venne a sapere che un bambino di cinque anni del villaggio di Chayla-l’Eveque vicino a Chaudeyrac, sempre nello Gevaudan, aveva fatto la stessa orribile fine.
La gente iniziò a dubitare che queste atroci morti potessero essere attribuite ad un lupo. I più parlavano di una bestia somigliante ad un lupo ma molto più agile e molto più forte di tutti i lupi che allora frequentavano quelle regioni montuose. Gli uomini dei villaggi decisero di organizzare delle battute di caccia. Alla loro testa si misero i nobili signori del luogo. Tuttavia le battute risultarono infruttuose.
La Bestia continuò ad attaccare e a divorare tutti i bambini e i giovinetti che incontrava sulla sua strada. All’inizio di settembre divorò un bambino a Pradels, vicino a Chaudeyrac. Il sei  settembre alle sei di sera attaccò un bambino di Choisinets, e un’ora dopo una donna di trentasei anni del villaggio di Etrets.
E quando ci fu la settima vittima in tre mesi, una giovane ragazzina di tredici anni del villaggio di Thorts, fu ormai chiaro che le cacce private erano insufficienti.
Si mosse allora il governatore militare della Linguadoca, mesieur de Moncan, che inviò il capitano Duhamel a dare la caccia alla Bestia, con un distaccamento di quaranta dragoni a piedi e diciassette a cavallo. I soldati stanziarono a Langogne. Duhamel con i suoi uomini si mise alla testa dei cacciatori, riuscendo a portare l’ordine e la disciplina tra i ranghi, organizzando così con regolarità delle estese battute di caccia.
Il 21 settembre fu ucciso un grosso lupo vicino a Luc. Ma non era la Bestia.
La Bestia sembrava più agile e veloce dei cavalli che la inseguivano, più furba dei cacciatori che la cacciavano, cui sfuggiva con incredibile facilità. Tuttavia le cacce la spinsero lontano da Langogne, perché ai primi di ottobre la sua presenza fu segnalata nel bosco di Sant-Alban presso Malizieu e Saint-Chély.
Il sette ottobre divorò a Apchier una ragazza di vent’anni. Il giorno seguente attaccò a Pouget una ragazzina di quindici anni alla quale staccò una parte della testa. Poi divorò una ragazzina di tredici anni a Grazeires vicino a Saint-Alban.
Furono organizzate delle nuove battute di caccia al comando di mesiuer Mercier. Ma la Bestia sembrava invulnerabile: più volte era stata avvistata, raggiunta e colpita. Ma si era subito rialzata ed era corsa via illesa. E il giorno dopo aveva attaccato ancora altre giovani vittime.
La storia di queste multiple carneficine, delle cacce grandiose e tuttavia infruttuose, si sparse di villaggio in villaggio per tutto il regno. E perfino le gazzette si occuparono della vicenda, e lo Gevaudan fu soprannominato “il paese della Bestia”.
Il sindaco di Mende vietò di inviare nei pascoli le donne e i bambini da soli, e gli uomini non uscivano se non armati di bastoni, forche o asce, soprattutto se dovevano lavorare vicino al bosco.
All’inizio di novembre Duhamel ricevette l’ordine di lasciare Langogne e di trasferirsi vicino a Saint-Chely visto che la Bestia ora era segnalata in quella zona. Furono riprese le cacce con una certa regolarità. Duhamel iniziò a pensare che i lupi fossero due. Cacciata nelle vicinanze di Saint Chély la Bestia si spostò nell’Auvergne. Attaccò un branco di pecore e la donna che ne stava a guardia, staccandole le labbra e parte del volto e della testa.

Ormai da quattro mesi la Bestia uccideva nelle regione dello Gevaudan e del Vivarais. Ora si nascondeva nel bosco di Saint Chély e malgrado le grandi e frequenti battute di caccia, Duhamel non era riuscito a prenderla. Aveva avuto la bestia davanti ai suoi occhi, le aveva tirato tre colpi di fucile a dieci passi di distanza ma l’animale era fuggito. E aveva continuato la sua carneficina.


giovedì 9 febbraio 2017

Giordano Bruno non morì sul rogo.


Roma 6 giugno 1889.











Il ‘magico’ binomio del nuovo ordine mondiale di fine XIX secolo, furono le parole scienza e libertà. L’espressione concreta, politica e artistica di questo connubio fu a New York, l’inaugurazione nel 1886 della gigantesca Statua della Libertà (la libertà che illumina il mondo), e a Parigi nel 1889, in occasione dell’esposizione universale, la Torre Eiffel (la torre della libertà).
Anche l’Italia ebbe il suo simbolo, la sua statua della libertà, inaugurata solo tre settimane dopo la Torre Eiffel, la mattina del 9 giugno 1889, in Campo dei fiori a Roma. Ma il ‘simbolo’ italiano era molto differente da quello americano e francese così ‘solari’ e giganti. Quello italiano aveva le sembianze di un frate eretico dal volto cupo e severo: Giordano Bruno. Anche l’evento italiano ebbe una rilevanza internazionale, e ne parlarono i giornali di mezzo mondo. Le parole d’ordine furono le stesse: libertà, scienza, avvenire, progresso illimitato, luce, civiltà, patria, missione, diritti dell’uomo. Ma la statua di Giordano Bruno rese evidente la profonda frattura che segnava la neonata Italia nel profondo: da una parte un’Italia laica e radicale, dall’altra un’Italia intransigente e clericale.
Una prima statua memoria di Giordano Bruno era stata eretta già nel 1849 durante la Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini. Era stata poi distrutta per ordine di Pio IX durante la restaurazione. Dalla seconda metà del XIX secolo, la figura del frate eretico divenne la bandiera ufficiale della Massoneria che ne utilizzò il pensiero ‘piegandolo’ alle necessità storico/politiche/ideologiche dell’epoca, interpretandone la vita e il pensiero in maniera mitica e allegorica, collocandolo appunto accanto a Dante tra i padri della gloriosa tradizione massonica. Nel penultimo decennio dell’Ottocento si era costituito un Comitato internazionale per appoggiare l’iniziativa di erigere un monumento in memoria del filosofo proprio nei pressi del punto dove era stato bruciato vivo sul rogo, e trovare così i fondi necessari. Ne facevano parte fra gli altri Ernest Renan, Victor Hugo, Herbert Spencer, Silvio Spaventa, Henrik Ibsen e Walt Whitman. In realtà erano stati i ragazzi italiani del ’76, gli studenti universitari romani, che avevano dato vita al Comitato universitario internazionale per il monumento a Giordano Bruno. Erano studenti di giurisprudenza, la facoltà allora più politicizzata. Nel gennaio 1888, a Roma, una loro manifestazione in favore del monumento fu duramente repressa dalla polizia. A dicembre il Consiglio comunale concesse l'autorizzazione e lo spazio in piazza Campo dei Fiori, con parere favorevole del capo del governo Francesco Crispi, anticlericale convinto, che affermò di aver voluto «imprimere su Roma il suggello della modernità», in quanto capitale del Regno d'Italia ormai sottratta al potere papale. Il 9 giugno 1889, giorno di Pentecoste, il monumento, opera dello scultore Ettore Ferrari, fu inaugurato. Papa Leone XIII, che aveva addirittura minacciato di lasciare Roma, rimase l'intero giorno a digiunare inginocchiato davanti alla statua di San Pietro, pregando contro «la lotta ad oltranza contro la religione cattolica». Alla base del monumento, l'iscrizione del filosofo Giovanni Bovio, oratore ufficiale della cerimonia di inaugurazione: «A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse».
Fin qui la storia più conosciuta, che nascondeva però un lato oscuro.
Nel 1885 a Parigi era uscito il libro del filosofo cattolico Teophile Desdouits: La legende tragique de Jordano Bruno, comment elle a eté formées, son origine suspecte, son invraisemblance. Nel libro il filosofo cattolico sosteneva la tesi che non ci fossero prove documentali certe che avvalorassero la fine di Bruno, arso vivo in Campo dei Fiori. Desdouits e altri studiosi cattolici con lui, indicavano la possibilità che Giordano Bruno in realtà fosse stato salvato dal rogo e in gran segreto rinchiuso in un convento. Un’altra persona, probabilmente, aveva preso il suo posto sul rogo. Malgrado questa teoria fosse considerata ufficialmente assurda dal comitato promotore della statua, e fosse pubblicamente bollata come falsissima e mera propaganda cattolica atta a negare la violenta fine del filosofo, in segreto alcuni la considerarono possibile.  Anche perché, proprio in quegli anni di fine secolo, tra i documenti dell’Inquisizione veneziana, che comprendeva anche il processo a Giordano Bruno, fu scoperto un processo a un altro nolano eretico, ‘ceduto’ da Venezia a Roma, e a Roma processato e condannato a morte. Si trattava del processo contro lo studente nolano Pomponio Algieri. Certo le date non tornavano molto, ma allora si credette davvero possibile che fosse stato effettuato uno scambio tra Pomponio Algieri e Giordano Bruno.
Pomponio era nato a Nola attorno al 1531. Studente a Padova, meta universitaria di molti studenti del Regno di Napoli, viveva insieme al giurista Ippolito Craya di Veglia, a una certa Caterina piemontese (moglie di quest'ultimo), e a un certo Giacomo Castracucchi, un altro studente napoletano, in un'abitazione nei pressi del Portello. Costoro avevano formato un piccolo circolo intellettuale che contestava i precetti della Chiesa romana. L'arresto di Pomponio era avvenuto in casa del Craya nel maggio 1555, e all’epoca pare avesse circa venticinque anni.  Sin dal primo interrogatorio, avvenuto il 29 maggio 1555 nel palazzo pretorio di Padova, presenti fra Girolamo Girello, inquisitore e maestro di sacra teologia, Gerardo Busdraghi, vicario del vescovo di Padova (cardinal Francesco Pisani), e il podestà di Padova Stefano Trevisan, Pomponio negò l’autorità del papa, sostenendo che Cristo era l’unico capo della vera Chiesa. Disse di considerare validi come sacramenti solo l’eucarestia e il battesimo, e di non credere alla presenza reale del corpo di Cristo nell’ostia consacrata. Altri due interrogatori si svolsero il 17 e il 28 luglio 1555, presenti Girello, Busdraghi e il nuovo podestà di Padova Pietro Morosini. Pomponio ribadì le sue convinzioni religiose in modo ancora più esplicito. Nell’interrogatorio del 17 luglio dichiarò la sua adesione alla dottrina della giustificazione per sola fede luterana. E nell’ultimo interrogatorio si rifiutò di svelare i nomi dei compagni di fede, negando le dottrine del Purgatorio e dell’intercessione dei santi. Un coraggio incredibile, perché ben poteva immaginare il giovane studente nolano quale poteva essere la sua fine dopo tali ‘gravissime’ ammissioni, se Venezia lo avesse consegnato a Roma. Infatti, il 24 agosto 1555 papa Paolo IV, venuto a conoscenza del caso dello studente nolano, ne chiese l’estradizione a Roma. Il nunzio papale a Venezia, Filippo Archinto, esercitò fortissime pressioni sul governo veneziano in tal senso. Da parte veneziana sulle prime si cercò di temporeggiare temendo che la consegna del giovane nolano a Roma suscitasse il malcontento degli studenti padovani, in particolare di quelli stranieri, tra i quali c’erano molti protestanti. Il podestà di Padova, Pietro Morosini, di concerto con il capitano Vincenzo Diedo, ritenne opportuno non procedere a sentenza alcuna contro l’Algieri, sperando che quest’ultimo “mediante il tormento delle pregioni havesse vogliuto lasciare questa sua ostinazione et forsi humor malencholico”. Alla fine, però, il Consiglio dei Dieci concesse l’estradizione il 14 marzo 1556. Algieri, tradotto a Roma, fu sottoposto a un nuovo processo, i cui atti sono andati perduti. Si rifiutò di abiurare e fu condannato a bruciare vivo come eretico impenitente. Il suo supplizio avvenne in piazza Navona il 19 agosto 1556: fu bruciato vivo dentro una caldaia piena di olio, pece e trementina.
All’epoca della costituzione del comitato per la statua di Campo dei Fiori mancavano i documenti sulla fase finale della morte di Giordano Bruno, cioè il verbale della Confraternita di San Giovanni Decollato, carte trafugate e nascoste nel marzo del 1876, proprio all’indomani della costituzione del Comitato bruniano. In quel periodo però, in Archivio di Stato a Venezia fu scoperto da uno storico di fede evangelica il processo dello studente nolano Pomponio Algieri che ricordava molto la vicenda bruniana, e poteva far pensare anche ad una sostituzione di persona. Così, la teoria di un Giordano Bruno salvato segretamente dal Vaticano e rinchiuso in un convento iniziò a circolare clandestinamente anche tra i promotori del monumento di Campo dei Fiori, alimentando ancor di più il mito e la leggenda esoterica di Giordano Bruno.
Il 23 novembre 1891, finalmente, l’Archivio della Confraternita di San Giovanni Decollato, su interessamento di Crispi stesso fu trasferito all’Archivio di Stato di Roma. E, sempre nel 1891, Achille Pognisi ispettore della Pubblica istruzione, ne curerà la pubblicazione integrale, rendendo pubblici gli ultimi momenti del supplizio di Giordano Bruno, che davvero morì sul rogo in campo dei Fiori il 17 febbraio 1600.


Fonte: M. Bucciantini, Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto, Einaudi, torino, 2015.
 Archivio di Stato di Venezia, Savi all’Eresia, busta XIII. 




venerdì 27 gennaio 2017

SCOOP STORICO: NELLA FOTO DELL'ARMISTIZIO DI CASSIBILE 3 SETTEMBRE 1943, NON APPARE VITO GUARRASI MA IL DIPLOMATICO FRANCO MONTANARI.
FRANCO MONTANARI CHI? 


Firma armistizio di Cassibile, in piedi a destra nella foto il diplomatico Franco Montanari. Accanto a lui il generale Castellano.


Leggenda vuole che alla firma dell'armistizio di Cassibile il 3 settembre del 1943, presenziasse anche Vito Guarrasi, un imprenditore e avvocato siciliano personaggio alquanto particolare e misterioso, che si è sempre sussurrato fosse in 'odore' di mafia. Nel rapporto del 1976 del senatore Luigi Carraro, relatore della commissione parlamentare antimafia si legge che: L'attività pubblica di Guarrasi è stata caratterizzata da rapidi successi e dalla ricerca costante di posizioni di potere... Non c'è stato settore di qualche importanza della vita economica siciliana che non ha visto impegnato in prima persona l'avvocato Guarrasi... Non sempre però queste iniziative andarono a buon fine. Su questo controverso personaggio che spunta in molti dei misteri d'Italia potrete trovare tantissime notizie in rete, tra cui anche quella sulla sua presenza quel 3 settembre 1943 a Cassibile. E si dice appunto che sia proprio lui quello immortalato nella foto, in piedi, vicino al generale Castellano. Una presenza quella di Guarrasi a Cassibile sempre usata per dimostrare quanto la mafia avesse in realtà contato nella pianificazione dello sbarco americano in Sicilia.
In realtà però nella foto non c'è Vito Guarrasi ma un personaggio semisconosciuto ai più e mai citato nei libri di storia in merito a Cassibile. Il personaggio è Franco Montanari: figlio di Carlo Montanari, un eroe della prima guerra mondiale, e di una statunitense. Laureato a Harvard si inserì nel mondo della diplomazia, e proseguì la carriera diplomatica anche nel dopoguerra. Gli alleati lo consideravano uno di loro e nel 1942 si muoveva liberamente in territorio statunitense, intessendo embrionali contatti per la resa italiana.


Fonte: Gianluca Barneschi, L'inglese che viaggiò con il re e Badoglio, LEG edizioni, 2013



venerdì 23 dicembre 2016

I DELITTI DI SANTA ROSA II








I delitti di Santa Rosa ebbero luogo tra il 1972 e il 1973. Anni cruciali per la politica americana, gli anni dello scandalo Watergate: furono scoperte intercettazioni illegali nel quartier generale dei democratici, ad opera di uomini legati al partito repubblicano. Sabotaggi vari a danno di candidati e personaggi pubblici democratici, attuati da uomini legati al presidente Nixon e al suo entourage.
Uno degli uomini più importanti assoldati dall'entourage di Nixon per eseguire 'trucks' cioè lavori sporchi a danno dei democratici era Donald Segretti. 
Bob Woodward e Carl Bernstein, i famosi giornalisti del Whashington Post che indagarono sulla vicenda, arrivano a lui tramite una soffiata. Segretti sarà fondamentale per l'inchiesta sul Watergate. Donald Segretti era un giovane avvocato assoldato da Herbert Kabalak, avvocato di Nixon, per conto di Patrick Gray Oldman, assistente di Nixon, per svolgere particolari incarichi per il Comitato del partito Repubblicano. I 'trucks' appunto. Era inoltre un ex compagno di scuola di Ronald Ziegler addetto stampa di Nixon. 
Donald Segretti sapeva tutto degli affari sporchi del cerchio magico di Nixon. Lavorava nel cuore stesso di quello che sarà definito come 'Watergate'. 
Ora guardate le tre cartine più sopra riportate:

La prima indica Santa Rosa, la zona dei delitti.
La seconda indica la città natale di Nixon.
La terza indica la città natale di Segretti.

I delitti ebbero questo spazio temporale: inizio 28/12/1972, fine 28/12/1973. 

giovedì 8 settembre 2016

THE TRAIN DEATHS



Le morti del treno






Don Henry / Kevin Ives



Il 23 agosto 1987 in una piccola comunità rurale a sud di Little Rock, agenti di polizia uccisero due ragazzi adolescenti perché avevano assistito, inconsapevolmente, a un trasporto di droga cui partecipava la stessa polizia del luogo. Il trasporto era parte di un’operazione di contrabbando di droga che aveva come base il piccolo aeroporto di Mena, in Arkansas. L' “Operazione Mena” era iniziata nei primi anni ottanta, “a cura” dal noto trafficante di droga, Barry Seal. Finito in carcere per una condanna per droga in Florida, Seal era poi volato a Washington dove si era accordato con i federali evitando la prigione, e diventando un informatore del governo. Come informatore del governo Seal ha testimoniato di aver lavorato per la CIA e la DEA. In un caso che riguardava la corte federale, ha testimoniato che il suo reddito da marzo del 1984 ad agosto del 1985, è stato tra i 700.000 e gli 800.000 dollari. Quasi 600.000 dollari del suo reddito arrivavano dal traffico di droga, mentre lavorava per - e con il permesso della DEA. In aggiunta ai suoi doveri d’informatore, Seal fu utilizzato da agenti della CIA per contribuire a finanziare i Contras del Nicaragua. Il collegamento della CIA con l'operazione Mena fu certo quando un aereo cargo fornito a Seal dalla CIA fu abbattuto sopra il Nicaragua con un carico di armi. Nonostante l'evidenza dei fatti, chi ha cercato di indagare e rendere noti i crimini di Mena è stato, negli anni, professionalmente distrutto. E coloro che furono coinvolti nelle operazioni di traffico di droga hanno ricevuto una protezione continua da parte delle autorità statali e federali.
Kevin Ives, diciassette anni, e Don Henry furono picchiati e accoltellati e i loro corpi adagiati sui binari per essere investiti da un treno in corsa, per simulare un incidente. Il dipartimento dello sceriffo trattò il fatto come un incidente. Il medico legale dello stato ignorò e distrusse tutte le prove che indicavano l’omicidio, e definì le morti dei due ragazzi come morti accidentali. Ma quello che inizialmente, alle famiglie, sembrava essere un’indagine portata avanti grossolanamente e con incompetenza, si dimostrò in realtà un orchestrato cover-up. Il trasporto della droga visto dai ragazzi era parte di un traffico di droga internazionale con sede a Mena, in Arkansas, istituito agli inizi del 1980 dal noto trafficante di droga, Barry Seal che indiscutibilmente operava sotto gli occhi della CIA e godeva di protezione da parte delle autorità statali e federali. Le indagini sul coinvolgimento di potenti personaggi pubblici e politici negli affari di Mena furono all’epoca bloccate, così come furono bloccate tutte le indagini sui crimini connessi all’operazione di contrabbando di droga. Le informazioni relative a queste vicende si trovano nel sito http://www.idfiles.com/introduction-no-frames.htm gestito dalla madre di Kevin, Linda Ives. Ci sono, consultabili, i rapporti della polizia, i documenti federali, il casellario giudiziale, gli articoli di giornale, le deposizioni giurate, i resoconti dei testimoni oculari, e di altre fonti accertate. I documenti e le fonti rendono chiari e innegabili gli intrecci, la rete di bugie, gli inganni e le ingiustizie perpetrate dagli enti federali, statali e dai funzionari locali. E spiega come la continuazione della corruzione pubblica statale e locale sia stata e sia tuttora necessaria per preservare i segreti che “il nostro governo federale non vuol far conoscere (cit)”. Nessuno fino ad oggi è mai stato incriminato per i crimini di Mena, né per gli omicidi di Kevin Ives e Don Henry. Chi era all’epoca governatore dello stato dell’Arkansas? Bill Clinton.

Fonte: http://www.idfiles.com/introduction-no-frames.htm