domenica 9 luglio 2017

PARACELSO: LO SCONTRO RIVOLUZIONARIO, FILOSOFICO, RELIGIOSO CON LA MEDICINA ACCADEMICA, DAL QUALE NACQUERO LA MEDICINA, LA CHIMICA E LE SCIENZE MODERNE. LA STORIA E’ VIVA.






Uno dei ‘medici’ del Rinascimento con cui nessuno poté competere per fama e seguaci fu Paracelso, un nome che, per almeno un secolo, ebbe una forza esplosiva. I suoi discepoli furono numerosissimi, e per loro Paracelso fu il profeta di una nuova era. Paracelso mise in discussione la medicina accademica del tempo, tentando di rompere il monopolio della casta sociale che la professava. Dal Potere fu considerato un eretico ignorante, un ciarlatano, propugnatore di idee rivoluzionarie che minacciavano l’intera scienza medica e le sue onorevoli istituzioni. Paracelso sferrò un attacco frontale tanto contro la medicina ufficiale galenica[1], quanto contro le facoltà mediche delle università. E lo scontro fu assoluto, ideologico, sociale e anche religioso. Paracelso in realtà si chiamava Philip Theophrastus Bombast von Honenheim, era nato a Einsielde, vicino a Zurigo, nel 1493 o 1494. Il padre, membro illegittimo di una nobile famiglia sveva, era il medico locale. A nove anni, trasferitosi a Villach, in Austria, con tutta la famiglia, Paracelso iniziò a lavorare come apprendista nelle miniere d’argento di Hutenberg che appartenevano ai potentissimi banchieri Fugger di Augusta. In seguito, cresciuto, viaggiò molto studiando e praticando medicina in Italia, Olanda, Prussia, Polonia, Scandinavia e anche nel Levante. Nel 1526 fu imprigionato a Salisburgo per le sue aperte simpatie per la rivolta dei contadini, fuggì e riparò a Basilea dove riuscì a curare con successo dai suoi disturbi lo stampatore Johann Froben, editore di Erasmo, del quale diventò medico. Grazie a questa cerchia speciale di amicizie, Paracelso fu nominato Staadtphysicus, col titolo di professore di medicina e il diritto di tener lezione all’università. Ma all’udire le sue lezioni le autorità della facoltà di medicina inorridirono: Paracelso si rifiutava di rifarsi nelle sue lezioni alle autorità consolidate di Ippocrate, Galeno, Avicenna, annunciando che invece avrebbe basato le sue lezioni sulla propria esperienza, formatasi anche sulle malattie dei minatori e sulle ferite di guerra che egli aveva curato come chirurgo militare alle dipendenze della repubblica di Venezia nel 1522. Le facoltà mediche del tempo prevedevano per il medico un curriculum di studi approvato e provvisto degli speciali dottorati. Il medico del tempo interpretava la scienza, che era filosofia medica, e il chirurgo o il farmacista erano considerati di grado inferiore, tanto che a loro non era richiesta formazione universitaria e conoscenza del latino. Chirurghi e farmacisti dovevano solamente eseguire gli ordini dei medici usciti dalle facoltà universitarie. Paracelso aveva ottenuto una laurea a Ferrara per cui conosceva bene il curriculum studi richiesto al medico dalle autorità. Tuttavia il suo insegnamento fu una sfida contro la gerarchia e il curriculum richiesto dalle istituzioni accademiche. Paracelso dissertava di medicina in volgare, nel suo dialetto svizzero tedesco. E il giorno di san Giovanni del 1527 buttò nel tradizionale falò di mezza estate il Canon di Avicenna, un testo sacro della facoltà di medicina. Purtroppo, subito dopo questo eclatante gesto il suo protettore, l’editore Froben, morì e un canonico della cattedrale suo paziente mise in discussione una sua parcella. Ad un tratto Paracelso si trovò contro Stato e Chiesa e dovette fuggire, ritornando ad una vita di vagabondaggio per il nord Europa. Nel suo vagabondaggio a volte fu accolto come un eroe, altre volte fu ridotto alla mendicità. Viveva comunque alla grande e beveva molto. Indossava abiti costosi e portava al suo fianco, sempre, una spada. Dormiva poco e trascorreva intere giornate alla sua fornace. Sfidava i contadini nel bere e vinceva, poi apparentemente lucido dettava le sue opere filosofiche. Morì a Strasburgo nel 1541 a quarantasette anni. Pochissime sue opere furono pubblicate durante la sua vita. Tra queste, un’opera sulla sifilide o mal francese, che contestava la cura ufficiale a base di legno guaiaco e mercurio liquido, fu proibita dal consiglio cittadino di Norimberga su ‘consiglio’ degli stessi Fugger che all’epoca detenevano il lucroso monopolio del guaiaco. Paracelso scrisse molte opere e pare le avesse consegnate ai suoi discepoli viaggiando per l’Europa, per cui vennero alla luce solo dopo la sua morte. E su queste opere postume sorse il movimento paracelsiano. Certo il periodo più produttivo di Paracelso fu quello di Basilea. E in questa città il medico rivoluzionario lasciò le sue opere nelle mani di un giovane di nome Johannes Herbst che autorizzò a diventare suo editore.  Herbst fece carriera a Basilea e divenne il sommo stampatore degli studiosi della Riforma, ma non stampò mai i manoscritti di Paracelso, che così giacquero inediti fino a che Adam von Bodestein, un medico entrato a far parte della facoltà di medicina di Basilea nel 1538, figlio di un riformatore protestante, e anche noto con il nome di Carlostadio, non li scoprì. Carlostadio, medico seguace della medicina galenica, medico personale dell’elettore palatino capo della famiglia Wittelsbach, colpito nel 1556 dalla febbre terzana che lo reso infermo per circa un anno, disperato, accettò di farsi curare da un medico paracelsiano, e nel giro di un mese si ritrovò guarito. Divenne così seguace di Paracelso e fu il primo a insegnarne la dottrina a Basilea. Fu ammonito dalle autorità universitarie e alla fine nel 1564 fu espulso dalla facoltà di medicina per aver pubblicato libri eretici e scandalosi, e per essere un seguace del falso insegnamento di Paracelso. Pur espulso restò a Basilea e si batté con coraggio pubblicando più di quaranta opere del suo maestro, divulgandone gli insegnamenti. Opere paracelsiane uscirono a dozzine nell’ultimo quarto del XVI secolo, apocrife. E alla fine del secolo idee paracelsiane furono ascritte a immaginari alchimisti del XV secolo, rafforzando il credito di Paracelso collocandolo nel quadro di una rispettabile tradizione medievale. Inizialmente le opere di Paracelso ebbero larga diffusione soprattutto nel mondo di lingua tedesca. Dopo la sua morte alcune furono tradotte in latino. Certo l’uso della lingua tedesca da parte sua aveva avuto una precisa motivazione: rompere con la tradizione ufficiale e crearne una nuova, infrangendo il monopolio della medicina universitaria ed istituzionale. Paracelso chiamò a raccolta gli artigiani della professione medica, i chirurghi e i farmacisti, un atto di sfida alle istituzioni pari a quello di Lutero e di altri riformatori protestanti in campo religioso. Paracelso è spesso stato descritto come il Lutero della medicina, e, in effetti, protestantesimo e paracelsismo acquisirono nel tempo interessi comuni. A livello metafisico la medicina di Paracelso si rifaceva al platonismo ermetico del Rinascimento, e dunque la sua dottrina era essenzialmente antiaristotelica, a differenza di quella della medicina istituzionale. Paracelso riteneva Aristotele un pagano che aveva distorto e impregnato di materialismo la vera filosofia, che secondo la sua visione era neoplatonica ed ermetica. La sua teoria si fondava sulla cosmologia neoplatonica elaborata da Marsilio Ficino del macrocosmo e del microsomo. Il corpo e l’anima dell’uomo rispecchierebbero in miniatura il corpo e l’anima del mondo, e tra di loro esisterebbero corrispondenze e simpatie che il magus può comprendere e controllare. Sulla base delle sue esperienze di lavoro nelle miniere e nelle fornaci dei Fugger, e dallo studio degli alchimisti medievali, Paracelso teorizzò un macrocosmo chimicamente controllato, quasi un gigantesco crogiuolo, creato tramite un’operazione chimica che aveva separato il puro dall’impuro. Per cui il microcosmo umano era a sua volta un sistema chimico che poteva essere alterato, corretto e curato mediante un trattamento chimico. Secondo Paracelso le malattie non erano uno squilibrio degli umori come prevedeva la medicina galenica ufficiale, ma parassiti vivi impiantati nel corpo umano. I tre principi fondamentali della medicina paracelsiana erano lo zolfo, il mercurio e il sale. I veleni diventano elementi curativi a piccole dosi, e la ricerca assoluta era quella di un solvente universale. La medicina di Paracelso aveva anche un carattere profetico, messianico e rivoluzionario. Se l’inizio del mondo era stato un inizio chimico, anche la sua fine, la fine del mondo poteva essere chimica. La profezia del ritorno di Elia prima dell’avvento del terribile giorno del Signore, e l’avvento dell’Anticristo, ripresa dal monaco calabrese Gioacchino da Fiore nel XII secolo, e collocata all’inizio della terza e ultima età del mondo, fu ripresa da Paracelso e modificata. Paracelso affermò che Elia sarebbe apparso cinquantotto anni dopo la sua morte, e sarebbe apparso come ‘Elia l’artista’ cioè, nel linguaggio degli adepti, l’Alchimista. E come tale, Elia avrebbe rivelato tutti i segreti della chimica, mostrando come il ferro potesse essere trasformato in oro. Da qui poi sarebbe seguita un’ultima trasformazione del mondo, non una battaglia di Armageddon ma una separazione chimica, come era stato all’inizio del mondo. A livello pratico, a dispetto della teoria, la medicina paracelsiana ottenne buoni risultati usando farmaci chimici o minerali. Alla luce dei criteri medici moderni, il trattamento delle ferite dei medici paralcelsiani fu estremamente intelligente. Essi attribuirono grande importanza alle acque e ai bagni minerali, impiegando dosaggi medicinali moderati e semplici. Idearono narcotici e oppiacei per alleviare il dolore, il più famoso analgesico di Paracelso fu il laudanum, (termine da lui inventato), usato fino all’Ottocento. Paracelso scoprì anche come preparare e usare l’etere. I medici paracelsiani in realtà ebbero un gran successo per la semplice ragione che i loro pazienti guarivano, o avevano l’impressione di guarire. I medici ortodossi rispondevano compilando liste e statistiche di quanti pazienti erano stati uccisi dai medici paracelsiani, dall’antimonio, ad esempio. Tuttavia dovettero alla fine ammettere gli effetti positivi pratici di laudano e appunto, antimonio. La medicina paracelsiana fu teosofia neoplatonica, profezia messianica e medicina chimica, e la storia del movimento paracelsiano è la storia complicata e difficile della convivenza di questi tre aspetti. La medicina paracelsiana non poteva prescindere dalla teosofia e dalla profezia, per cui alla fine divenne una visione radicale che minacciava di sovvertire l’ideologia e le istituzioni canoniche del mondo medico, e non solo di quello. La dottrina di Paracelso scardinava il potere delle corporazioni mediche ufficiali, minacciando antichi diritti e privilegi acquisiti. Il paracelsismo, come il protestantesimo, fu una filosofia di rivolta contro l’ordine costituito. Paracelso fu avidamente studiato dal più grande dei maghi elisabettiani, Jhon Dee. Con il concilio di Trento la chiesa Cattolica romana divenne meno tollerante verso il neoplatonismo, ribadendo l’ortodossia aristotelica e considerando il neoplatonismo una pericolosa filosofia irenica[2], mirante a riunire la cristianità sulla base di una erronea religione ‘naturale’. La chiesa romana divenne il naturale alleato delle corporazioni mediche, proteggendone il monopolio. Per cui il movimento paracelsiano fu spinto gioco forza ad allearsi col protestantesimo.




[1] Galenica da Galeno edico greco antico che ha tramandato la medicina ippocratica. Nel suo Sugli elementi secondo Ippocrate descrive il sistema del filosofo dei "quattro umori corporei", che sono stati identificati con i quattro elementi antichi che hanno dominato la medicina occidentale per tredici secoli, fino al Rinascimento e anche oltre.
[2] Orientamento teologico che tende a enucleare i punti comuni alle differenti confessioni cristiane in vista di una loro unione.  Nel secolo della Riforma lo sviluppo dell’irenismo, coincide con quello della tolleranza. 

martedì 13 giugno 2017

LA PAPESSA GIOVANNA TRA JAN HUS, 

JOHN WYCLIFF, MARTIN LUTERO, 

FLORIMOND DE RAEMOND E 

GIORGIONE. 




Madonna Leggente, Giorgione. 

                                                                                                                                   Dettaglio.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

Storia della Papessa Giovanna: Secondo la ‘leggenda’ si trattava di una donna inglese educata a Magonza che, per mezzo dei suoi convincenti e ingannevoli travestimenti in abiti maschili, riuscì a farsi monaco con il nome di Johannes Anglicus per poi salire al soglio pontificio, alla morte di Papa Leone IV (17 luglio 855), con il nome di Giovanni VIII. La papessa incinta di uno dei suoi tanti amanti, avrebbe partorito prematuramente durante la solenne processione di Pasqua, nella quale il Papa tornava al Laterano dopo aver celebrato messa in San Pietro, mentre il Corteo Papale era nei pressi della basilica di San Clemente. Scopertone il segreto, la papessa Giovanna fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita nei pressi di Ripa Grande. Sarebbe stata sepolta dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano. È considerata dagli storici una leggenda medievale, poi sicuramente ripresa dal potere temporale francese in conflitto col papato e diffusa specialmente nel mondo protestante a discredito della carica papale.
Jan Hus, celebre teologo riformatore boemo, finito sul rogo nel 1415, nel suo De Ecclesia (1412), rifacendosi a John Wycliff (132-1384), a riprova del fatto che l’elezione del Papa per acclamazione non garantisca l’effettiva legittimità della successione, scrive: come avvenne nel caso di Agnese che fu ritenuta papa legittimo della chiesa, riferendosi alla Papessa[1].  Tale affermazione di Hus non sarà reputata eretica dal Concilio di Costanza che lo condannerà al rogo per altre affermazioni contenute nello stesso libro.
Martin Lutero (1483-1546), nei suoi Discorsi a tavola sostiene di aver visto con i propri occhi, durante il suo viaggio a Roma del 1510, il monumento funerario della Papessa. La definisce una statua ‘imbarazzante’, raffigurante una donna con un mantello papale sulle spalle, un bambino in braccio e uno scettro nell’altra mano[2].
Florimond de Raemond, giurista cattolico francese (ca. 1540-1601), consigliere del Re al Parlamento di Bordeaux, nel capitolo XXII del suo libro Erreur populaire de la Papesse Jane (1595), opera che mira a confutare tutte le teorie protestanti sulla papessa, riconosce la presenza della statua che, scrive, fu fatta rimuovere da papa Pio V durante i lavori di riassetto urbanistico delle zone di Roma nella quale si trovava. Sostiene poi che a prima vista pareva in realtà una statua più antica, raffigurante una divinità pagana. Sempre nello stesso libro il giurista conferma la presenza di un busto della Papessa nel Duomo di Siena. Il pastore anglicano Paolo Colomesio (1638-1692) nei suoi Singularis sostenne che nella serie dei 171 busti in creta raffiguranti tutti i Papi, realizzata all’interno del Duomo di Siena nel XV secolo, fosse incluso il busto della Papessa. Informazione confermata da Jean de Launoy, che nel suo libro Auctoritate negantis argumenti sostiene di aver visto il busto nel 1639. Tuttavia pare che Clemente VIII, convinto da alcuni suoi vescovi e dal Granduca di Toscana avesse fatto cambiare tra il 1600 e 1601 i lineamenti del busto, trasformandolo in quello di papa Zaccaria. Il monaco e teologo Jean Mabillon, fondatore della paleografia moderna, afferma che in realtà la statua sarebbe stata ritoccata da Alessandro VII. Cesare Cantù nel 1866 riporta ancora la versione che vede Clemente VII autore della manomissione del busto. Vale la pena di ricordare che sul pavimento del Duomo di Siena davanti al portale centrale, è rappresentato Ermete Trismegisto che allude all'inizio della conoscenza terrena, quella del mondo antico, con un libro che simboleggia Oriente e Occidente, e riporta parole legate alla creazione del mondo.
La Madonna leggente (Oxford, Ashmoleam Museum of Art and Archeology), non è mai stata oggetto di studi accurati, né di una disanima interpretativa circostanziata. Quadro dalla datazione (1506-1508) e dalla attribuzione controversa, è generalmente ritenuta opera giovanile di Giorgione. Guardiamolo: vi è un reciproco distacco, psicologico e di posizione, tra la madre e il bambino. Il dato più eclatante è il paesaggio veneziano sullo sfondo tratteggiato con sommarietà, con la tipica inclinazione giorgionesca delle linee verticali degli edifici verso sinistra, giudicata da alcuni quasi ‘sbilenca’. La veduta, limitata orizzontalmente dal muretto di un poggio coperto da piccoli arbusti e piantine, è chiusa verticalmente da un panno di colore verde cupo, orlato da una fascia ricamata d’oro. Sullo sfondo la piazzetta di San Marco e gli edifici che la delimitano. La luce è crepuscolare. Una folla enorme riempie la scena urbana dalla riva degli Schiavoni allo spazio davanti alla Zecca e si concentra a ridosso delle due colonne. La rappresentazione dello spazio urbano non è precisa e oggettiva, sembra quasi una giustapposizione complessa di vedute diverse, rielaborate e amalgamate. La folla fittissima, assiepata nello spazio tra le due colonne, antistante al bacino di San Marco contrasta con la tradizione cartografica e vedutistica veneziana, che vede generalmente poche figure umane. Non è una processione religiosa, non è una celebrazione o una festa: sembra un’esecuzione capitale. A Venezia, la pena capitale era quasi sempre eseguita tra le due colonne della piazzetta marciana, e come ad ogni pena capitale la folla era tanta. L’atmosfera crepuscolare o temporalesca, tetra, e quella folla minacciosa e fitta fanno pensare che Giorgione volesse proprio alludere ad un’esecuzione capitale. Un fatto di cronaca criminale? Un particolare evento politico?  Altra cosa: nel dipinto un rilievo particolare dal punto di vista compositivo e dimensionale, è dato al libro che la Madonna è intenta a leggere. La Vergine sembra ignorare del tutto il bambino ai suoi piedi, immersa nella lettura. Non ha alcuna sollecitudine materna. La posizione del bambino è innaturale e precaria, seduto sul dorso di un cuscino appoggiato ai piedi della Madonna, che a sua volta è seduta su un sostegno nascosto sotto l’ampia veste, con le gambe divaricate all’altezza delle ginocchia e incrociate alle caviglie sollevate e appoggiate su una pedana di legno che risulta in primo piano. Un chiaro riferimento, la posizione della Madonna, alla posizione del parto. La pratica ostetricia dell’epoca prevedeva la seggiola della partoriente, e se la seggiola non c’era la partoriente di solito si sedeva sulle ginocchia di un’altra donna. La seggiola serviva a favorire la divaricazione delle gambe, agevolando così attraverso il sedile cavo a forma di ciambella, l’espulsione del bambino che finiva ai piedi della madre. Quale però il legame tra il parto della Vergine e la condanna capitale dipinta sullo sfondo? Tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, la ‘leggenda’ della papessa Giovanna è ampiamente diffusa, ed è testimonianza dei duri contrasti tra la Chiesa di Roma e i Protestanti. Nel secondo quattrocento e nel primo cinquecento la leggenda a Venezia è conosciutissima, tanto che è riportata anche nelle carte da gioco e nei Tarocchi, dove il suo protagonista principale è ‘arcano maggiore’.  La figura della Papessa compare per la prima volta come Papesse, proprio nel tarocco di Venezia e Lombardia. Giovanni Boccaccio dedicherà alla vicenda della Papessa Giovanna il suo De mulieribus claris (1361-1362) che sarà pubblicato a Venezia nel 1506. Dopo il parto, secondo una delle versione della leggenda, la Papessa è trascinata fuori dalla città a coda di cavallo e lapidata dal popolo. Nella piazzetta di San Marco luogo di esecuzione capitale, il condannato giungeva trascinato non di rado a coda di cavallo o d’asino.

Pietro Ratto, Le pagine strappate, Elmi’s World, Saint Vincent (AO), 2014.
Ugo Soragni, Giorgione e il culto del Sole. Eresie e significati nella pittura del Rinascimento, Il Prato, Saonara (Pd), 2009.



[1] J.Hus, Tratcatus de eclesia e fonti bus manu scripti in lucem edidit, S.H. Thomson, University of Colorado press, Cambridge, W.Heffer&Son ltd, 1956, p. 141.
[2] M.Lutero, Tischreden, vol. V, n. 6447 e 6452. 

martedì 6 giugno 2017

CRAXI, CARAVAGGIO, LA BANCONOTA DA CENTOMILA LIRE.
INFILTRAZIONI ESOTERICHE



Nel 1983 fu emessa dalla Banca d'Italia l'ultima banconota da centomila lire con l'effigie di Caravaggio. Fu stampata durante il governo Craxi. Nel 1967, governo Moro, era stata emessa quella con Alessandro Manzoni, nel 1978 sotto il governo Andreotti fu la volta della banconota con il volto di una delle Grazie della Primavera di Botticelli.
Nel 1983 si decide di emettere la banconota con l'effigie di Caravaggio: sarà l'ultima fino all'avvento dell'euro. Caravaggio fu l'assassino di Ranuccio Tomassoni, fu condannato nel 1606 alla decapitazione in contumacia. Infatti, Caravaggio con l'aiuto del principe Filippo I Colonna era riuscito a scappare da Roma. La sua fuga finì a Malta dove entrò in contatto con i Cavalieri di San Giovanni. Ma ritorniamo alla banconota. Accompagnano il volto di Caravaggio riproduzioni di due suoi dipinti giovanili: Il Canestro di frutta e la Buona Ventura. Il primo occupava il retro della banconota, mentre la Buona Ventura era accanto al volto del Caravaggio. Una scelta singolare questa, perché la Buona Ventura, tra i dipinti di Caravaggio, non è né il più famoso, né il più rappresentativo. Nell'opera è raffigurata una zingara che nel leggere la mano di un giovane signore gli sfila l'anello dal dito: allegoria della Fiducia tradita dall'Inganno.  
Una scelta beffarda e profetica. 

Fonte: Daniele Danza, Alchemiche infiltrazioni in alcuni dipinti veneziani del Seicento e una curiosità caravaggesca

venerdì 26 maggio 2017

La crociata dei fanciulli, Francia 1212.


Nello stesso anno, nell’estate successiva, spuntò fuori in Francia un errore da sempre inaudito. Infatti sotto la spinta del Nemico del genere umano un certo fanciullo – senza dubbio un fanciullo d’età e assai spregevole quanto a costumi- vagando per città e castelli nel regno dei Franchi, come se fosse mandato da Dio, cantava in lingua gallica ‘Signore Gesù, rendici la santa Croce’, aggiungendovi alquante altre cose[1]. E molti fanciulli a lui coetanei, avendolo visto e sentito, lo seguivano in numero infinito; e, profondamente ingannati da un diabolico incantesimo, abbandonati padri, madri, nutrici e tutti quanti gli amici, cantavano nello stesso modo in cui canticchiava la loro guida; e , incredibile a dirsi, non potevano fermarli né il chiavistello né richiamarli il tentativo di persuasione dei genitori, perché non seguissero il loro suddetto maestro verso il mare Mediterraneo, come se dovessero attraversarlo, avanzando in processione ma cantando a schiere; non avrebbe infatti potuto alcuna città accoglierli a causa della moltitudine. E il loro maestro era posto su un carro adornato di palli[2], attorniato da custodi che gli strepitavano accanto anche armati, e la folla quasi si schiacciava a causa del numero. Si riteneva infatti felice, chi delle sue vesti poteva conservare qualche filo o qualche pelo strappato. E dunque per le trame dell’antico impostore Satana, o in terra o in mare perirono tutti quanti.

Matthaei Parisiensis, Chronica Maiora, a cura di H.R. Luard, London, 1874, II, p.558. https://archive.org/stream/matthiparisiens06luargoog#page/n618/mode/2up



[1] Il fanciullo si chiama Stefano e proviene dal villaggio di Cloyes, presso la fortezza di Vendome.
[2]  E’ un paramento liturgico usato nella Chiesa cattolica, costituito da una striscia di stoffa di lana bianca avvolta sulle spalle. Rappresenta la pecora che il pastore porta sulle sue spalle come il Cristo ed è pertanto simbolo del compito pastorale di chi lo indossa.

giovedì 18 maggio 2017

Cacciatori di teste e cacciatori di bambini. 









Per più di un secolo nei villaggi del Borneo, di Giava e di Sulawesi si temettero i misteriosi uomini che di notte andavano in cerca di teste. Soprattutto si temevano gli stranieri che si pensava fossero mandati dal governo a raccogliere teste di bambino da seppellire sotto strade e ponti nuovi per rafforzarli. Nel maggio del 2006 le trivellazioni di una compagnia che cercava gas naturali nella zona orientale di Giava scatenarono un’eruzione di fango. Tra gli abitanti si sparse la voce che il governo stesse cercando teste di bambino da gettare nel cratere per bloccare l’eruzione, e ne sarebbero occorse migliaia, si diceva. Si diffusero notizie allarmanti di corpi di bambini decapitati ritrovati nei campi e negli ospedali, voci di bambini rapiti e portati via da misteriose motociclette. Molti tennero a casa i propri figli da scuola.
Attorno al 1890 nella zona malese del Sarawak girò voce che agenti governativi fossero stati inviati nella zona per recuperare teste da seppellire per rinforzare le fondazioni di un nuovo lago artificiale. Alcuni presunti cacciatori di teste furono anche assassinati dagli abitanti dei villaggi terrorizzati. Ancora negli anni cinquanta nell’isola di Flores, i bambini correvano a nascondersi in casa ogni volta che passava un’auto, perché i genitori avevano spiegato loro che sulle macchine (le macchine erano rare da quelle parti), viaggiavano i cacciatori di teste di bambini. E spesso furono proprio i missionari europei a essere sospettati di essere cacciatori di teste di bambini. Sempre a Flores, negli anni sessanta ci fu un prete che restava nella sua chiesa a pregare fino a tarda ora. Gli abitanti pensarono che in realtà il prete aspettasse proprio lì le sue piccole vittime. La gente smise di frequentare la chiesa, e iniziò a girare la voce che il prete si aggirasse di notte per i villaggi vicini con le teste dei bambini tra le mani. Alla fine il prete dovette essere trasferito. A Sumba, isola dell’Indonesia orientale, si racconta ancora oggi di stranieri che brandiscono oggetti taglienti di ferro e guidano furgoni bianchi pieni di sangue di bambini, di grasso, di teste e parti del corpo, che poi utilizzerebbero per produrre elettricità. Questi stranieri arriverebbero soprattutto nei mesi di luglio e agosto, mesi di maggior afflusso turistico.
Gli antropologi hanno spiegato queste ‘paure’ ipotizzando che il cacciatore di teste straniero simboleggi in realtà il potere statale e la perdita di autonomia politica. In Indonesia esisteva la pratica tradizionale di ‘cacciare’ le teste. I colonizzatori ne assunsero il controllo e divennero a loro volta dei cacciatori di teste. Punire e governare voleva dire prendersi le teste che si voleva. Così ‘prendere’ le teste altrui diventò simbolo del dominio straniero sulla cultura indigena: lo straniero prendeva le teste per impadronirsi della forza del villaggio e infonderla nello stato.
Ma la parte più interessante e che andrebbe indagata, a mio parere, riguarda i sacrifici edilizi. Gli indigeni, infatti, avevano paura che teste di bambini fossero usate nelle fondazioni di strade e ponti. Il sacrificio edilizio è la forma più antica di sacrificio umano, ritrovamenti archeologici ne testimoniano la presenza presso tutti i popoli preistorici europei. Nel tempo il sacrificio umano fu lentamente sostituito da simulacri simbolici. In Italia, nel territorio di Praglia, presso i Colli Euganei, sotto le strutture di un villaggio neolitico è stata trovata una sagoma umana in legno. Sacrifici edilizi esistevano presso i Celti e anche nella Bibbia ne troviamo testimonianza. Nel 1907, sotto le mura di Mageddo in Palestina, fu ritrovato lo scheletro di un fanciullo di quindici anni. Ora, per quanto ho potuto appurare, in Indonesia esistevano i cacciatori di teste e riti funebri molto particolari che prevedevano forse all’inizio sacrifici umani, ipotizzano gli antropologi. Allora mi domando da dove venisse la paura degli indigeni che le teste dei loro bambini fossero usate dall’uomo ‘bianco’ per sacralizzare le fondamenta di ponti e strade………..

Fonte: F. Larson, Teste Mozze. Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri, UTET, Torino, 2016.

mercoledì 3 maggio 2017

L’Archeologo di Atlantide, la Thule, i 

colonnelli greci, 

Pasolini, la mafia e la Cia.






Spyridon Marinatos archeologo greco famoso in tutto il mondo, ministro della Cultura durante la dittatura dei colonnelli greci, conosciuto soprattutto per la sua teoria su Atlantide, morì il primo ottobre 1974 nel sito preistorico di Akrotiri, che egli stesso aveva riportato alla luce. La sua fu una morte misteriosa, molto probabilmente fu assassinato. Ma la certezza non si avrà mai, perché all’epoca della morte non fu fatta alcuna autopsia, anzi, il suo corpo fu deposto, senza funerale e cerimonie nella stanza numero 16 del palazzo Delta, sulla via Telchines, l’arteria principale di Akrotiri, dove stava lavorando da decenni. Sì, avete letto bene, Marinatos fu sepolto nel sito archeologico che lui stesso dirigeva. All’epoca, nessuno volle indagare sulla sua misteriosa morte. Poi, nel 2001, in circostanze altrettanto misteriose, il suo corpo fu trafugato e sparì. E tuttora non si sa dove sia. Spyridōn Nikolaou Marinatos era nato il 4 novembre 1901 proprio a Santorini, dove anni dopo riportò alla luce i resti di Akrotiri, una città minoica distrutta e contemporaneamente conservata da un'imponente eruzione vulcanica. Marinatos in un articolo del 1939 pubblicato sulla rivista archeologica inglese ‘Antiquity’, file:///D:/Dati_utente/Downloads/Marinatos.pdf,
sostenne che il mito di Atlantide non fosse altro che la memoria, deformata e ingigantita, dell'antica Civiltà Minoica (una teoria supportata e analizzata da molti altri studiosi nel corso dello scorso secolo), e identificò Atlantide con Santorini. Nel 1939 Marinatos aveva 38 anni e sicuramente scrisse quel saggio rispondendo all’invito dei membri occultisti nazisti della Thule, che sin dagli inizi degli anni Trenta si dedicavano a studi, ricerche e pubblicazioni su Atlantide. Marinatos tra il 1927 e il 1928 soggiornò a Berlino e poco si sa su questo periodo. Nel 1937, fu invitato a tenere dei corsi all’Università di Utrecht in Olanda, per esporre le sue scoperte del 1932, relative a degli scavi a Creta. L’affiliazione di Marinatos alla società segreta della Thule, pare confermata dalla sua sepoltura nella stanza numero 16 del Palazzo Delta di Akrotiri. Sappiamo che simboli della Thule erano la svastica e l’aquila. Sappiamo altresì che il Delta è la quarta lettera dell’alfabeto greco, ma anche il simbolo del triangolo ternario sacro: la natura si divide in tre regni, ciascuno di essi è triplo, da qui il novenario, e il tutto è trino ed è rappresentato dal Delta. I Massoni veneravano proprio nel triangolo, nel Delta sacro, il più augusto mistero, cioè il ternario sacro. Ma il Delta è anche un simbolo legato strettamente alla svastica. Nel libro ‘Architettura e Massoneria: l’esoterismo della costruzione’, l’autore, Marcello Fagiolo, riferendosi al catalogo della ‘Mostra degli architetti sconosciuti’ del 1919, evidenzia come sul frontespizio del catalogo spicchi un simbolo grafico particolare: la svastica intersecata da un triangolo, e iscritta idealmente in una circonferenza scandita da sette punte triangolari. Il simbolo sarà poi rimosso dagli storiografi, tuttavia all’epoca, per gli autori del catalogo si intendeva designare con questo simbolo un futuro di fratellanza universale e socialismo, collegandosi con l’antica tradizione esoterica del Rosacrocianesimo e della Teosofia. A partire dagli ultimi anni dell’Ottocento la ‘tradizione’ architettonica si era, infatti, coagulata nelle posizioni della Massoneria, del Rosacrocianesimo e della Teosofia. Il barone e architetto belga Victor Horta, precursore dell’Art Nouveau, che progettò numerosi edifici destinati a destare scalpore, quali la Casa Tassel a Bruxelles nel 1893, la Casa Solvay sempre a Bruxelles tra il 1895 e il 1900, e la Casa Horta, ancora a Bruxelles nel 1898, era un massone membro della Loggia Les Amis philanthropes del Grande Oriente del Belgio. Il fulcro della tradizione arcitettonica era legato al pensiero teosofico, tanto che l’architetto olandese Johannes Ludovicus  Mattheus Lauweriks fu il successore di Rudolf Stainer a capo della Società Teosofica tedesca nel 1913. Come scritto più sopra nell’aprile del 1919 nel catalogo della ‘Mostra degli architetti sconosciuti’ appare una svastica intersecata da un triangolo. Nel 1920 apparirà la prima svastica cucita su uno stendardo nazista. Come ha dimostrato Giorgio Galli nel suo libro ‘Hitler e il nazismo magico’, l’inizio dell’attività politica di Hitler si sviluppa all’ombra di sette e società segrete specializzate in pratiche occulte. Un mondo ‘magico’ ed esoterico che costituì nella Germania dell’epoca quel mix culturale-politico-economico che vide l’affermarsi dell’ideologia nazista. Prima di diventare simbolo del partito nazista, la svastica oltre che simbolo solare di salute e benefico irraggiamento divino, era simbolo di Agni l’amore che vivifica il mondo, era l’immagine della Casa, base di fraternità sociale, e santuario dalla quale scaturisce il Figlio, il giovane dio dell’Avvenire. E il simbolismo massonico e cristiano si saldano nel triangolo, segno del dio biblico e prima figura della perfezione. Il numero 16 ha il suo corrispondente grafico nella svastica. La stanza numero 16 era stata chiamata Delta proprio dallo stesso Marinatos. Era la sua stanza preferita, dove l’archeologo alle volte si ritirava a meditare. Era anche detta la stanza dei Gigli, per via di un affresco raffigurante quei fiori. E la stanza Delta sorgeva lungo la via principale di Akrotiri, che Marinatos stesso aveva chiamato via Telchines ispirandosi ad una popolazione di demoni ai quali, nella mitologia greca, si attribuiva l’invenzione delle arti malefiche. Nel mezzo di tutta questa ricchissima simbologia esoterica fu sepolto, nel più assoluto silenzio, l’archeologo Spyridon Marinatos, che nel 1939 tanto scalpore aveva sollevato con un articolo nel quale identificava Atlantide con l’isola di Santorini. Con il suo articolo Marinatos sapeva bene di fare cosa gradita a determinati ambienti nazisti. E forse sperava di avere aiuti per i suoi scavi proprio da quell’ambiente. Il nazismo ‘magico’ venerava il mito di Thule, l’isola che un giorno sparì come Atlantide. La sua scoperta poteva mettere a disposizione degli iniziati forze che avrebbero consentito alla Germania di dominare il mondo. Hitler leggeva tutto ciò che veniva scritto al riguardo. Amava Platone e le sue idee politiche, ne ammirava soprattutto la concezione dei cicli storici che prevedevano periodiche catastrofi e altrettanti ritorni di semidei. Con il suo articolo del 1939 Marinatos sapeva bene di parlare a questi ambienti nazisti. Infatti, quando il suo saggio fu letto in tutta Europa, al di fuori della Germania ci furono reazioni violente, e ‘Antiquity’ prese ufficialmente le distanze dall’autore e dalle sue tesi.
Ma i collegamenti tedeschi di Marinatos non finiscono qui. Il 16 luglio 1965, giunse a Santorini, per incontrare Marinatos ad Akrotiri, Wernher von Braun, scienziato tedesco portato in America alla fine della seconda guerra mondiale, ormai diventato cittadino americano. Von Braun fu il padre del progetto Saturno, che mandò sulla luna la navicella spaziale Apollo. Lo accompagnava quel giorno a Santorini, lo scrittore Arthur C. Clarcke, famoso per il suo libro The exploration of space, che piacque tanto al presidente John Kennedy, che diede inizio all’attività spaziale americana sotto la regia di Von Braun. I due partecipavano al congresso della federazione astronautica internazionale ad Atene. Ne approfittarono per fare visita a Marinatos. Nessun testimone è in grado ad oggi di riferire gli argomenti che i tre viaggiatori affrontarono.
Marinatos muore a 73 anni nel 1975, a tre anni di distanza dalla caduta della giunta dei colonnelli con cui l’archeologo aveva sempre collaborato, e dalla quale aveva sempre ricevuto cospicui finanziamenti per i suoi scavi a Santorini. In particolare Marinatos era stato molto vicino a Georgius Papadopoulos, militare promotore del colpo di stato del 21 aprile 1967 in Grecia, a capo della giunta militare nel periodo compreso fra il 1967 e il 1973.  Tra i due era nato negli anni un vero e proprio sodalizio, e il colonnello aveva confidato all’amico archeologo chi lo aveva aiutato nel golpe, mettendolo al corrente di fatti e notizie protette dal segreto militare. Un retroscena scottante che faceva di Marinatos un testimone ingombrante proprio alla caduta del regime militare. E qui vale la pena ricordare le parole di Pasolini, nei suoi Scritti corsari (1973-1975) che mettevano in evidenza gli stretti legami del regime dei colonnelli greci con i servizi segreti americani e con la mafia italo-americana:  Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia, hanno prima creato, del resto miseramente fallendo, una crociata anticomunista. Senza contare i legami tra la destra italiana di quegli anni e i colonnelli greci. Pasolini morirà un anno dopo Marinatos, il 2 novembre 1975.
Nel 2003 un colpo di scena. Durante il processo formato contro alcuni membri della formazione terroristica ’17 Novembre’, ufficialmente nata nel 1975 ispirandosi alla rivolta studentesca del 17 novembre 1973 contro il regime dei colonnelli, un membro del gruppo afferma che furono i cervelli dell’organizzazione terroristica a decidere l’eliminazione di Marinatos nel 1974, per punirlo del suo appoggio al regime dittatoriale dei colonnelli. Proprio l’omicidio di Marinatos avrebbe rappresentato il debutto del fuoco per l’organizzazione terroristica che si proponeva come ‘giustiziera del popolo’. E come tale avrebbe iniziato con l’uccisione di Marinatos a Santorini, non nella capitale per non risultare subito sotto i riflettori! Così la versione ufficiale. Ed era così poco desiderosa di essere sotto i riflettori, tale organizzazione, che non ci pensò nemmeno a rivendicare il delitto dell’archeologo….
Certo è che, durante il processo, i reati commessi dall’organizzazione fino al 1983 furono considerati prescritti. E della morte di Marinatos non si parlerà più, sepolta ormai definitivamente dalla rivendicazione tardiva, mai in effetti verificata. Ad oggi, non si sa dove sia finito il corpo di Spirydon Marinatos l’archeologo di Atlantide.

Fonte principale: M. La Ferla, L’uomo di Atlantide. Vita, morte e misteri dell’archeologo di Santorini, Eretica, Stampa Alternativa, 2003.


giovedì 6 aprile 2017

Chaucer / Pasolini e il messaggio dei Canterbury Tales: il significato ‘nascosto’. 


Ho raccontato queste storie solamente per il piacere di raccontarle. Il piacere di raccontare storie implica un giocare con ciò che si narra, e questo giocare implica una certa libertà riguardo alla materia. Questa libertà di fronte alla materia richiede che la ricostruzione di Chaucer sia di fantasia, e che non debba essere usata come pretesto per la ricostruzione di un periodo storico. La storia in questo film è strettamente di fantasia. Perciò devo dimenticare Chaucer per poter fare il film come un mio gioco di fantasia, un mio gioco personale come autore”.
 Con queste parole Pasolini definì il suo lavoro cinematografico sui Racconti di Canterbury, con il quale vinse l’Orso d’Oro a Berlino nel 1972. Queste stesse parole alla luce del libro ‘Who murdered Chaucer?’ appaiono sotto una luce ben diversa e più complicata. E quella libertà riguardo alla materia di cui parla Pasolini, definendo il suo film come ‘strettamente di fantasia’ lascia il posto a una ricostruzione di significati sorprendente. Come spesso accade leggendo Pasolini, si ha l’impressione che lui sapesse molto di più di quello che diceva e non potendolo esporre chiaramente, lo spiegasse con la fantasia e l’intuizione profonda del poeta e dell’intellettuale. Intuizione e sensibilità che certo aveva, ma che a mio avviso non possono spiegare del tutto certe coincidenze come quelle che mi accingo a raccontare.
I ventinove pellegrini che il poeta Chaucer immagina di incontrare alla Tabard Inn di Southwark sono uno specchio fedele della società Inglese della fine del XIV secolo. I rappresentanti di tutte le classi sociali, eccettuate la nobiltà e il proletariato contadino, si ritrovano attorno ad una stessa tavola prima di partire per visitare la tomba di Thomas Becket a Canterbury. I Canterbury Tales, oltre ad essere l’affresco multiforme e fedele di un mondo a cavallo di due epoche, sono anche un repertorio esaustivo delle forme narrative più disparate: dal racconto comico e dalla farsa salace del fabliau fino al romanzo cortese (rovesciato, a sua volta, nella parodia di se stesso) e poi il lai bretone, l’exemplum, l’apologo, la favola animalesca, le leggende dei santi e, infine, l’omelia sui peccati capitali del Racconto del parroco. Pasolini sceglie la narrazione sapida e immediata dei fabliaux e l’ambientazione popolare che li contraddistingue. Ritaglia un “suo” Chaucer, escludendo quanto non contribuisca al recupero della ‘corporalità popolare’.  In realtà Pasolini, apparentemente contraddicendo quanto lui stesso afferma sul suo film, non prescinde da quelle che sono le caratteristiche peculiari di Chaucer, e dei Canterbury Tales, dell’epoca e del contesto socio-culturale cui appartengono.
“Chaucer si colloca a cavallo fra due epoche. Ha qualcosa di medievale, di gotico: la metafisica della morte. Ma spesso si ha l’impressione di leggere un autore come Shakespeare o Rabelais o Cervantes. È un realista, ma è anche un moralista e un pedante, e inoltre mostra straordinarie intuizioni. Ha ancora un piede nel Medioevo, ma non è uno del popolo, anche se raccoglie i suoi racconti dal patrimonio popolare. In sostanza, è già un borghese. Guarda già alla rivoluzione protestante e perfino alla rivoluzione liberale, nella misura in cui i due fenomeni si combineranno in Cromwell. Ma mentre Boccaccio, che era pure un borghese, aveva la coscienza tranquilla, con Chaucer si avverte già una sensazione sgradevole, una coscienza turbata e infelice. Chaucer presagisce tutte le vittorie, tutti i trionfi della borghesia, ma ne presente anche il marciume. È un moralista, ma dotato anche del senso dell’ironia.”

Per capire lo sguardo di Pasolini su Chaucer, bisogna partire dalla fine, dal 1400, anno in cui si dice che Chaucer sia morto.
Sarebbe più giusto dire che, improvvisamente, nel 1400 Geoffry Chaucer, il padre della letteratura e della lingua inglese, scompare da tutti i documenti e cronache del tempo. Noi, ad oggi, non sappiamo come morì, dove morì e quando morì. Le cronache del tempo non ne parlano. Non c’è alcuna notizia sul suo funerale, sulla sua sepoltura. Chaucer non lasciò testamento. Insomma, le fonti dell’epoca, sulla sua ‘sparizione’ improvvisa mantennero un totale silenzio. E per quanto sembri incredibile nessuno si è mai chiesto, nei secoli, cosa realmente fosse successo al poeta.  Chaucer era un uomo famoso del suo tempo, e non fu solamente un letterato: fu un giudice di pace, un membro della House of Commons, sovraintendente alle acque del Tamigi presso la parte meridionale del porto di Londra, controllore delle gabelle sulle lane e sui pellami e vice-intendente forestale di North Pethenton Park, Somersetshire. Tra il 1389 e il 1391, svolse anche l'incarico di sovraintendente alle costruzioni reali nella regione. Fu anche diplomatico e spia di Edoardo III e del figlio Riccardo II. La sorella della moglie aveva sposato Giovanni di Gand, duca di Lancaster. Chaucer, oggi è considerato il padre della lingua inglese, al pari del nostro Dante che probabilmente conobbe. Sparì improvvisamente e nessuna cronaca del tempo ne parlò. Alcuni studiosi hanno formulato l’ipotesi che, in effetti, Chaucer ai suoi tempi fosse letto e conosciuto solo in una piccola e ristretta cerchia della società inglese, quella aristocratica che gravitava attorno alla corte di Riccardo II. Ciò sembrava avvalorato dal fatto che nelle biblioteche personali di aristocratici e soprattutto borghesi inglesi del tempo, non fossero state trovate moltissime copie dei lavori di Chaucer. Ma, anche in questo caso, non si è tenuto conto che molto del materiale potrebbe essere stato disperso se non distrutto, come vedremo più avanti. E’ un fatto che ai suoi tempi Geoffrey Chaucer fosse un personaggio pubblico importante e conosciuto, per questo appare così strano che la sua morte, all’epoca, non sia stata menzionata in nessun documento. I suoi biografi del ventesimo secolo lo descrivono come un uomo vecchio e di salute instabile. Ma queste sono tutte speculazioni, senza prove documentali certe, basate solo sul fatto che all’epoca della sua sparizione Chaucer aveva 59 o 60 anni. Ma anche a quei tempi, se si aveva la fortuna di superare indenni i primi 40 anni di vita senza incappare in malattie o morti violente per mano altrui, si aveva la possibilità di vivere comunque a lungo. Dunque l’età di per sé non vuol dire nulla. Chaucer fu un poeta e un intellettuale della corte di Riccardo II, il re che prese nelle sue mani il potere effettivo nel 1389, poco dopo la sanguinosa repressione della rivolta dei ’contadini’. Il perno della politica di Riccardo II fu la ‘pace’, soprattutto la pace con la Francia. La sua politica di ‘pace’ rappresentò una novità eclatante della politica inglese, un vero e proprio shock culturale per gran parte dell’aristocrazia inglese del tempo che aveva fondato la proprio fortuna e il proprio potere proprio sulla guerra, in particolare sulla guerra contro la Francia. Riccardo II era stato educato in un ambiente intellettuale particolare che si rifaceva a Dante, e agli scritti dei più grandi teorici politici del tempo quali Marsilio da Padova, che fu rettore dell’Università di Parigi dal 1312 al 1313. Lo stesso Chaucer condivideva questo nuovo pensiero politico, religioso e sociale che considerava la guerra propria dei tiranni.
Riccardo II volle trasformare la cultura di ‘guerra’ della corte inglese, in una cultura di ‘pace’. Volle cambiare l’intero indirizzo politico della cultura inglese del tempo. E il concetto di pace non aveva solo una ragione idealistica, ma anche economica. Anni di guerra contro la Francia avevano svuotato i forzieri della corona e riempito quelli dei grandi nobili. Dunque la corona aveva perso potere economico e politico rispetto alla nobiltà. Il concetto di ‘pace’ che Riccardo II promulgava, era un discorso finemente politico. E questa politica della ‘pace’ la ritroviamo all’epoca presso tutte le corti più importanti d’Europa, uno ‘spirito del tempo’, avrebbe detto il Manzoni, supportato dagli intellettuali di corte più illuminati, che proprio nelle corti avevano alla fine sostituito i menestrelli. Accanto ai monarchi ora c’erano gli intellettuali, poeti e filosofi, non più i menestrelli. I monarchi incoraggiano e finanziano intellettuali, poeti e filosofi, è il tempo di Petrarca, di Dante. Queste corti illuminate d’Europa favoriscono una letteratura, una poesia e una filosofia scritta in volgare, scritta in una lingua che definiremmo oggi, nazionale, a dispetto del latino. Ma questa scelta non è presa, come penseremmo oggi, per favorire un concetto di nazione. Al contrario, la scelta del volgare è vissuta all’epoca come un’apertura verso il mondo. Il latino, ricordiamo, è la lingua per eccellenza della Chiesa. La monarchia, il potere temporale, che sceglie la lingua vernacolare, sceglie la differenziazione. In questa visione politica il monarca diviene per l’intellettuale del tempo un simbolo pregnante. Nel prologo di The Legend of Good Women, Chaucer descrive The God of Love richiamando chiaramente la persona di Riccardo II: Riccardo II ha i capelli d’oro e il suo simbolo è il SOLE, la sua corona è il SOLE e il sole nello stemma dei Plantageneti è simboleggiato a sua volta dalla ROSA. Quando nel 1389 Riccardo II arriva al potere ha 14 anni. E’ un re molto giovane, ma ha alle sue spalle una corte di intellettuali molto importante nella quale è cresciuto, e di questa corte fa appunto parte Chaucer. La corte reale ai tempi di Riccardo II viveva il fermento culturale e politico diffuso in tutte le corti europee. Il fermento era anche religioso, e non avrebbe potuto essere diversamente visto che all’epoca politica e religione erano intrinsecamente unite. La religione era Roma, era Roma e il potere papale che sempre pendeva, come una spada di Damocle sul potere temporale, sulla sua legittimazione. Ma proprio in quegli anni la chiesa di Roma vive una profonda crisi politica e morale. I papi sono chiusi nella loro fortezza-esilio di Avignone, e sotto accusa era la profonda corruzione di quella Chiesa. In Inghilterra, nel periodo di Riccardo II e di Chaucer, apparve un grande riformatore: Jhon Wyclif. Il riformatore denunciò la corruzione della Chiesa, e soprattutto rivendicò ai fedeli il diritto di leggere la Bibbia e sentire la messa nella propria lingua madre; di più, mise in dubbio la presenza reale di cristo nell’eucarestia. Anticipò temi che poi ritroveremo in campo riformatore ben due secoli dopo. E la corte di Riccardo II, i suoi intellettuali di riferimento tra cui Chaucer sembrarono appoggiare o comunque proteggere Jhon Wyclif e le sue idee. Questa politica si scontrò con fatti molto concreti. Si scontrò con una nobiltà inglese che aveva spostato molti dei suoi figli cadetti sulla carriera ecclesiastica, con una nobiltà dunque che aveva fatto della Chiesa un suo personale feudo. Combattere la corruzione della Chiesa significava concretamente attentare ai soldi della Chiesa, ai soldi e al potere di questa parte della nobiltà inglese che era di per sé autonoma nei confronti del monarca. Questa politica di ‘pace’ di Riccardo II che in realtà mirava a rafforzare la figura del monarca di fronte al potere temporale e spirituale della chiesa di Roma, si scontrò dunque con i forti interessi di gran parte della nobiltà inglese. E fu proprio un arcivescovo che si diede da fare per organizzare un colpo di stato e buttare giù dal trono Riccardo II e tutta la sua corte. Fu l’Arcivescovo di Canterbury, Thomas Arundel, a complottare contro Riccardo II e detronizzarlo mettendo al suo posto sul trono nel 1399 Enrico IV della famiglia dei Lancaster e ponendo fine, con la morte di Riccardo II alla dinastia dei Plantageneti. E’ in questo periodo che Chaucer lavora alla sua opera più significativa i Canterbury Tales. Chaucer lavora alla sua più grande e importante opera proprio quando finisce un’epoca, proprio quando si sfalda tutto un mondo politico, intellettuale, filosofico e poetico che lui stesso aveva rappresentato alla corte di Riccardo II. Chaucer entra nel mirino del nuovo re ma soprattutto nel mirino dell’Arcivescovo Thomas Arundel capo indiscusso della chiesa inglese e il vero Potere dietro il trono. E’ ormai un intellettuale scomodo e sorvegliato. Il clima culturale, politico e religioso inglese durante il regno di Enrico IV con capo della chiesa Thomas Arundel diventa soffocante, conservatore, fisso in un cattolicesimo ortodosso e romano che non lascia spazio a una lettura della Bibbia in inglese, che rimette al primo posto la lingua latina davanti al vernacolare, e che taccia di eresia chi non crede nel miracolo dell’eucarestia, accendendo i primi roghi. Poeti, filosofi, intellettuali, tutti fiutano il cambiamento d’aria e di regime e molti si adeguano purgando le loro opere e rendendole più prudenti, e gradite al nuovo potere. Appaiono i poemi adulatori del nuovo re, in latino. Chaucer invece scriverà un poema ironicamente adulatorio nei confronti del nuovo re, in inglese. Un’ironia che scadeva quasi nel ridicolo, rendendo il poema per certi versi sovversivo, definendo il nuovo re un conquistatore di Albione, quando ben si sapeva che Enrico IV doveva il trono all’arcivescovo Arundel. Chaucer definiva il nuovo re tale per conquista, per genealogia e libere elezioni. Ma, in realtà, nulla di tutto ciò era avvenuto. Enrico IV non apparteneva alla dinastia dei Plantageneti come Riccardo II, non aveva conquistato il potere da sé, e la House of Commons non aveva ratificato la sua presa di potere. I versi di Chaucer sembravano davvero una presa in giro e una denuncia. Pochi mesi prima della sua sparizione o presunta morte, Chaucer si ritirò a vivere presso l’abazia di Westminster, che era stata LA chiesa speciale di Riccardo II. Proprio attorno all’abazia di Westminster si concentrava tutta l’opposizione al nuovo re Enrico IV. In questo torno di tempo Chaucer mette a punto i Canterbury Tales. Secondo gli studi più recenti il poeta inizia a scrivere le prime novelle già nel 1388, ma nel 1400 anno della sua scomparsa l’opera è ancora incompiuta. Chaucer dunque deve avere rimaneggiato più volte l’opera tanto che non si sa esattamente l’ordine dei racconti. Ce ne sono pervenuti 24, e nel prologo il poeta scrive di centoventi storie. Una copia originale manoscritta completa dei Canterbury Tales non è giunta fino a noi, e gli autori del libro ‘Who murdered Chaucer’, considerando la temperie politica e religiosa degli ultimi anni che precedettero la scomparsa misteriosa e improvvisa del poeta, avanzano l’ipotesi che l’opera sia stata rimaneggiata e censurata proprio da chi riteneva Chaucer pericoloso. Avanzano l’ipotesi che Chaucer stesso sia incorso in una brutta fine a causa del suo impegno letterario, del suo passato come intellettuale alla corte di Riccardo II del quale, probabilmente, restò un sostenitore fino alla fine, contro il potere ritenuto illegittimo del nuovo re Enrico IV. Geoffrey Chaucer dunque sarebbe stato fatto sparire dai suoi avversari politici, e forse la sua grande opera, per la quale è considerato il padre della letteratura e della lingua inglese fu rimaneggiata e censurata da chi lo uccise.
Ora, ritornando alla versione cinematografica dei Canterbury Tales di Pasolini, è impressionante riguardarla tenendo conto di queste ultime ‘ipotesi’ sulla vita o meglio sulla morte di Chaucer. Nel film Pasolini stesso interpreta il poeta, un poeta ormai solo, scollegato dai suoi stessi personaggi che si prendono gioco di lui e lo dileggiano anche. Questa interpretazione del poeta inglese che sembrava una scelta di fantasia da parte di Pasolini, è invece molto aderente alla realtà degli ultimi tempi della vita del poeta inglese che si trovò probabilmente isolato, in pericolo di vita e la cui opera forse fu rimaneggiata. Pasolini si dimostra un fine conoscitore dell’epoca e del personaggio, e interpretandolo si identifica con esso. Chaucer si trova ad essere alla fine un intellettuale scomodo e in pericolo di vita, contro un Potere che oggi definiremmo ‘fascista’, un Potere nel quale Chiesa e Stato costituiscono un eccezionale sodalizio di repressione culturale e politica. Ripensiamo all’Italia politica e culturale dei giorni pasoliniani, ripensiamo al clima culturale e politico di quei giorni. Solo tre anni dopo il film Pasolini morirà in un modo atroce e il suo, credo ormai si possa ben definire un omicidio di stato.
Come sempre Pasolini dice, racconta, spiega per chi ha occhi per vedere.
Per finire, per gli amanti della simbologia e non solo, dal 1455 al 1485 sarà combattuta in Inghilterra la sanguinosa guerra delle due rose tra i Lancaster e gli York. Nello stemma dei Plantageneti e di Riccardo II che ne fu l’ultimo rappresentante oltre alla ROSA vi era anche un cervo bianco incatenato alla corona. Gli stemmi del suo usurpatore, Enrico IV, saranno la ROSA ROSSA e il cigno bianco incatenato alla corona reale.