venerdì 29 settembre 2017

La strana storia di Audrey Munson, 


la prima topmodel della storia.










Anche se non avete mai sentito parlare di Audrey Munson, l’avete forse vista: la statua della fontana davanti al Plaza Hotel di New York, la statua sul ponte di Manhattan, e la statua davanti alla New York Public Library hanno le sue sembianze. Fu lei a interpretare i primi film di nudo, ispirò innumerevoli opere d'arte. Audrey Munson fu un’icona del suo tempo. Tuttavia la sua storia è scomparsa dalla memoria americana. Era nata a Rochester, NY, nel 1891. Nel 1909, quando aveva 17 anni, si trasferì a New York con la madre per diventare un'attrice. Mentre faceva shopping sulla Fifth Avenue, fu notata dal fotografo Felix Benedict Herzog, che le chiese di posare per lui nel suo studio. Herzog la presentò ai suoi amici artisti, e Audrey iniziò a posare per molti di loro. Lo scultore Isidore Konti la convinse a posare nuda, usandola come modello per le tre figure delle "Tre Grazie" per la nuova grande sala da ballo dell'Hotel Astor a Times Square. Per un decennio la Munson fu il modello preferito di una miriade di scultori e pittori di New York. Nel 1915 era così famosa che fu scelta come figura femminile simbolo dell’esposizione internazionale di Panama, e fu soprannominata "Panama-Pacific Girl”. Sulla scia di questo grande successo Adurey fece anche carriera nell'industria cinematografica nascente, recitando in quattro pellicole. Nel primo film, Inspiration (1915), apparve completamente nuda, il primo nudo in un film cinematografico americano. I suoi films ebbero molto successo, e iniziò a frequentare il bel mondo di New York. La madre voleva farle sposare il più ricco scapolo d’America dell’epoca Hermann Oelrichs Jr. Ma il 27 gennaio 1919 Audrey scrisse una lettera al Dipartimento di Stato americano denunciando Hermann Oelrichs Jr. come parte di una rete filo-tedesca che voleva rovinare la sua carriera cinematografica. Scrisse di voler abbandonare gli Stati Uniti, e ricominciare la sua carriera cinematografica in Inghilterra.  All'epoca Audrey viveva con la madre in una pensione a Manhattan, di proprietà del Dr. Walter Wilkins. Wilkins si innamorò di lei e uccise sua moglie, Julia, per sposarla. Audrey e la madre spaventate fuggirono in Canada, inseguite dalla polizia che le pensava complici del delitto. Furono trovate e interrogate da agenti dell'agenzia Burns Detective di Toronto; i contenuti dei loro interrogatori non furono mai rivelati, ma Audrey Munson negò decisamente di avere avuto una relazione romantica con il dottor Wilkins. Wilkins fu condannato alla poltrona elettrica. Si impiccò nella sua cella prima che la sentenza fosse eseguita. Nel 1920, Audrey, senza lavoro a causa di questo suo coinvolgimento con Wilkins, viveva a Siracuse, New York, mantenuta dalla madre che vendeva porta utensili da cucina. Il 27 maggio 1922, Audrey tentò il suicidio inghiottendo una soluzione di bicloruro di mercurio, incolpando delle sue condizioni disagiate gli ebrei. Scrisse addirittura alla Camera dei Rappresentanti chiedendo di approvare una legge che la proteggesse "dagli Ebrei".  L'8 giugno 1931, tre giorni dopo il suo quarantesimo compleanno, sua madre chiese a un giudice di rinchiuderla in manicomio. Il giudice della contea di Oswego ordinò che Audrey fosse rinchiusa nell’istituto di Stato di St. Lawrence dove fu trattata per depressione e schizofrenia per 65 anni, fino alla morte nel 1996 all'età di 104 anni. Fu seppellita senza una lapide che ne ricordasse almeno il nome, nella tomba di famiglia nel cimitero di New Haven a New York. Nel 2016, vent’anni dopo la sua morte, la sua famiglia decise di aggiungere una lapide con il suo nome per quello che sarebbe stato il suo 125 ° compleanno. 

lunedì 25 settembre 2017

QUANDO DANTE SCAMBIAVA SONETTI E LETTERE SUI FEDELI D’AMORE  CON IL MEDICO, ASTROLOGO, NEGROMANTE BOLOGNESE CECCO D’ASCOLI: I FEDELI D’AMORE E LA ‘CERVA’. 





Francesco Stabili conosciuto come Cecco d’Ascoli, medico e astrologo bolognese bruciato dalle autorità a Firenze nel 1327, fu amico e stimatore di Dante Alighieri pur se si espresse in maniera assai dura sull’opera ‘divina’ del poeta fiorentino. Nel suo poema l’Acerba, Cecco riserva giudizi severissimi su Dante e la sua Divina Commedia:
De’ qua’ già ne trattò quel Fiorentino
che lì lui se condusse Beatrice;
tal corpo umano mai non fo divino,
né po’ sì come ‘l perso essere bianco,
perché se renova sicomo fenice
in quel disio che li ponge el fianco.
Ne li altri regni ov’andò col duca
fondando li soi pedi en basso centro’
là lo condusse la sua fede poca;
e so ch’a noi non fe’ mai retorno
ché so disio sempre lui tenne dentro:
de lui mi dol per so parlar adorno .


Cecco nega che Dante sia mai stato in Paradiso, perché il suo corpo umano non avrebbe potuto mai divinizzarsi, e aggiunge che il bianco non può essere come il perso, cioè la verità non può cambiar colore ed è una sola come la fenice. Ma soprattutto Cecco afferma un fatto importantissimo: Dante fu condotto all’Inferno (negli altri regni ove egli andò col duca) dalla sua «poca fede». Perché Cecco d’Ascoli, che sarà bruciato vivo come eretico, dichiara che Dante sta all’Inferno per «poca fede»? È serio pensare che questa «poca fede» sia la fede ortodossa cattolica, e che Cecco d’Ascoli trovasse poca la fede ortodossa/cattolica di Dante? Non pare proprio. Dante e Cecco d’Ascoli intrattennero buoni rapporti, e tra di loro si inviavano anche dei sonetti. Due di questi sonetti sono giunti fino a noi, e in essi si fa cenno ai momenti difficili che attraversavano i Fedeli d’Amore. Cecco consiglia Dante di navigare a vista cercando di stare a galla, Dante consiglia a Cecco di stare attento se non vuol venire ‘uccellato come tordo in pergola’. Cosa che poi accadrà veramente. Dante si rivolse a Cecco anche per quesiti astrologici, come fece anche Petrarca. In linea generale le dottrine di Cecco sono conformi a quelle professate da Dante nel Convivio e nella Divina Commedia, sui sogni, sull’amore, sulla libertà umana.  Secondo Luigi Valli, Cecco d’Ascoli avrebbe fatto parte della ‘setta’ dei Fedeli d’Amore, cenacolo che comprendeva Dante, Petrarca, Francesco da Barberino e altri. Valli afferma che all’inizio il poema l’Acerba di Cecco, che i letterati del tempo confrontarono con la Divina Commedia, avrebbe dovuto intitolarsi La Cerva, nome del mistico animale con cui si sarebbe indicata in realtà la setta dei Fedeli.
Nella sua opera astrologica la Sphaera, Cecco d’Ascoli esalterà il nesso tra sacro e astrologia, arrivando alla dichiarazione esplicita della negromanzia: termini matematico-geografici dell’astronomia, assumono un significato magico – operativo evocando nature e forze spirituali demoniache. La dottrina dei quattro punti cardinali, ad esempio, si trasforma nella credenza dei quattro demoni che si spartiscono il mondo e che entrano nei quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco). Essi corrispondono perfino alle quattro parti del corpo umano, le quattro membra principali. I quattro spiriti che risiedono nei quattro punti cardinali, appartengono alla gerarchia degli spiriti maggiori e si chiamano: Oriens, Amaymon, Paymon, Egim. Ciascuno di essi comanda venticinque legioni di spiriti che richiedono sacrifici di sangue di esseri umani e carne di uomini morti o di gatto. Le dottrine magico-negromantiche di Cecco sono terribili, e tra di esse c’è quella che gli meritò il rogo: la teoria degli angoli coluri. I loro spiriti dai nomi impronunciabili di Incubi e Succubi, entrando negli organi del corpo dell’uomo e della donna, sotto determinate congiunzioni astrali, avrebbero determinato la nascita di uomini quasi divini, e cioè dei grandi legislatori del mondo, dei maghi, dei profeti di Cristo e dell’Anticristo. Cecco d’Ascoli, come professore di filosofia e astrologia all’Università di Bologna insegnava queste dottrine ex cathedra.

G., Federici vescovini, Medioevo Magico, UTET, Torino, 2008.
 A., M., Pertini, V., Nestler, Cecco d’Ascoli. Poeta, occultista medievale, Edizioni Mediterranee, Roma, 2006. 

mercoledì 13 settembre 2017

QUANDO IL VATE VOLO’  DALLA 

FINESTRA E PREDISSE LA SUA MORTE. 






La sera del 13 agosto 1922 Gabriele D'Annunzio cadde dal balcone della stanza della musica del Vittoriale, e rimase fra la vita e la morte per molti giorni. Il fatto sembrò subito molto strano, la versione ufficiale comunicata alla stampa affermava che il poeta, mentre stava cercando un po' di fresco nella serata afosa, era stato colto da un capogiro. Il 17 agosto seguente il giornale Il Comunista insinuò che la caduta fosse dovuta a un fatto doloso. Altri ventilarono l'ipotesi che il poeta avesse tentato il suicidio e non mancò chi sostenne che la caduta non fosse mai avvenuta. Ad oggi la versione è che D'Annunzio cadde mentre ascoltava la musica suonata al pianoforte per lui da Luisa Baccara, appoggiato a una finestra, vicino alla sorella della pianista, la giovane Jolanda. La caduta sarebbe stata causata da una spinta datagli da Jolanda per opporsi a qualche avance focosa del poeta. Sembra che, in stato di semi-incoscienza, il 21 agosto, il poeta abbia mormorato una frase significativa appuntata dal medico curante: "E Joio? Jolanda, si sarà spaventata e sarà scappata a Venezia".
Questo il bollettino dei medici Antonio Duse, Francesco d’Agostino, Davide Giordano, Mario Donati, Raffaele Bastianelli, Augusto Murri subito dopo il ricovero in ospedale: «Segni manifesti di frattura della base del cranio estesa all’orbita destra. Commozione cerebrale. stato d’incoscienza. Segni di compressione cerebrale dubbi. Disturbi di motilità e di sensibilità non manifesti. Ferite lievi escoriate all’arto inferiore destro. Leggera contusione a destra del torace. Ambe le mani sono incolumi. Non v’è indicazione urgente di atto chirurgico. Polso regolare 67. Respiro regolare 25. Temperatura 37,8. Prognosi tuttavia riservata».
Fu disposta un’inchiesta riservata affidata al commissario Giuseppe Dosi, lo stesso che poi indagherà sul caso del povero Gino Girolimoni che nel 1927, a Roma, sarà accusato ingiustamente dello stupro di sette bambine e dell’omicidio di cinque di loro, delitti avvenuti tra il 1924 e il 1927. Un caso davvero inquietante, nel quale entrò anche un prete (anglicano) inglese, Ralph Lyonel Brydges, probabilmente il vero assassino. Giuseppe Dosi si presentò in incognito al Vittoriale, facendosi passare per un ex ufficiale della legione cecoslovacca, addirittura parlando tedesco e italiano con accento straniero. Chiese di frequentare il Vittoriale per dipingere paesaggi, e ne approfittò per interrogare il personale, e la gente dei dintorni. Conversò con lo stesso D'Annunzio, fino a quando il poeta capì di avere a che fare con uno sbirro e gli impose di andarsene. D’Annunzio all’epoca abitava al Vittoriale in una specie di Aventino, dedicandosi alla sua arte, avendo scelto di tenersi lontano dalla vita pubblica. Ex legionari legati ad Alceste De Ambris che era stato capo di gabinetto di D'annunzio a Fiume, cercavano di richiamare il poeta all’impegno pubblico e di fargli assumere una posizione antifascista in un momento nel quale il fascismo, soprattutto in campo sindacale, stava mietendo successi. I fascisti guardavano al poeta come un rivoluzionario combattentista, pensando alla suggestione che la sua figura poteva esercitare sull’intero popolo italiano. Lo stesso Mussolini era consapevole che la figura di D'Annunzio era un polo d'attrazione per gli ambienti squadristi del suo movimento. Nell’aprile del 1921 vi era stato un incontro fra D'Annunzio e Mussolini. Il poeta aveva appoggiato la candidatura di De Ambris alle elezioni di quell'anno, e vi erano state alcune iniziative promosse dai sindacalisti dannunziani in chiave antifascista. Il 3 agosto 1922, a Milano, D’Annunzio fece un improvvisato discorso dal balcone di Palazzo Marino dopo il fallimento dello "sciopero legalitario" promosso dalla Alleanza del Lavoro contro la violenza fascista. In quello stesso periodo furono avviati abboccamenti tra D'Annunzio, Mussolini e Francesco Saverio Nitti, che avrebbero dovuto portare ad una riconciliazione pubblica fra i tre uomini destinati a portare, in prospettiva, a un governo di pacificazione nazionale. L’incontro avrebbe dovuto aver luogo il 15 agosto in una villa toscana. L'improvvisa caduta di D'Annunzio, proprio alla vigilia dell'incontro, il 13 agosto, ne impedì la realizzazione. Nitti scrisse nelle sue memorie: "Se D'annunzio non fosse caduto dalla finestra e l'incontro con lui, Mussolini e me fosse avvenuto, forse la storia dell'Italia moderna avrebbe seguito un altro cammino". Certo è che, per la pena del contrappasso[1], chi sale troppo in alto poi cade. Dopo l'incidente, con la proclamazione del 4 novembre come festa nazionale, alcuni esponenti della vecchia classe politica liberale pensarono di sfruttare, in chiave antifascista D'Annunzio facendolo partecipare a una grande manifestazione patriottica che si sarebbe dovuta svolgere a Roma, all'Altare della Patria, nell'anniversario della vittoria. La marcia su Roma del 28 ottobre 1922 fece cadere il progetto. Dopo la marcia su Roma D’Annunzio al Vittoriale sarà un osservato speciale, e forse prigioniero. Visse in una specie di esilio dorato, sorvegliato, spiato, seguito, e trattato come un incapace. Gli affiancarono un’infermiera tedesca che non lo perdeva mai d’occhio.
Il Vate morirà anni dopo, il 1 marzo 1938,  a settantacinque anni, per un’emorragia celebrale. Curiosa coincidenza, in una lettera del 1935 a Mussolini, il Poeta aveva scritto: «il mio cranio di lucido cristallo può incrinarsi facilmente». E nel febbraio 1938 a Tom Antongini scrisse: «Credo che sono morto come il cavalier Baiardo all’assedio di Brescia…  L’anniversario cadrà poco prima del mio marzo funebre».   Il Vate morirà proprio nel marzo previsto nella sua ultima missiva, col capo chino sul suo scrittoio nella Zambracca, la stanza che usava al Vittoriale per comporre i suoi poemi, con il dito ad indicare la data esatta, cerchiata di rosso, del lunario Barbanera che vaticinava per quel giorno «la morte di un italiano illustre». Uno scena che molti lessero come un suicidio. La morte per emorragia cerebrale risulta dal certificato medico stilato dal dottor Alberto Cesari, primario dell’ospedale di Salò, e dal dottor Antonio Duse, medico curante del Poeta. I funerali furono organizzati con estrema rapidità. D’Annunzio morì il martedì sera verso le 20 e Mussolini partì da Roma per Gardone Riviera la mattina dopo, il tempo strettamente necessario per disdire gli appuntamenti di Stato e organizzare il treno presidenziale che lo portò a Desenzano con i ministri Ciano, Starace, Alfieri, Benni e il segretario particolare Sebastiani. Le esequie furono celebrate la mattina di giovedì 3 marzo, attorno alle 8,30. Non fu eseguita alcuna autopsia o altri accertamenti che approfondissero le cause del decesso. La morte fu certificata come emorragia celebrale solo in base a reperti esterni, clinici, non supportati da esami autoptici. Forse certificò tutto l’infermiera tedesca che da anni lo ‘seguiva’ da vicino. Il 12 marzo 1938 Hitler annette l’Austria alla Germania nazista. Iniziano i ‘preparativi’ per la seconda tragica guerra mondiale.

Fonti: Raffaele K. Salinari, Le tre morti di Gabriele D’Annunzio, Il Manifesto 05/10/2013
Ennio Di Francesco, “Il Vate e lo Sbirro”, Edizioni Solfanelli, 2017


[1] Articoli di Paolo Franceschetti reperibili in rete. 

sabato 2 settembre 2017

UN PROCESSO PER INFANTICIDIO DEL 1455






Contra Ursula filliam magistri Bortholamey Barberi.
(Noale 1455)


/c.749r/ Die XVIII october

Cum die suprascripto, primo mane, ad aures prefacti domini potestatis pervenerit, ex rellatione quam plurimum personarum,  quod Ursula fillia quondam magistri Bortolamey Barbery de Mestre, habitatrix in Noalo que gravida erat die herina, die lune, peperierat unum fillium quem dum peperisset  occissit eum,  sepelivit clandestine. Unde prefactus dominus pottestas cum hoc inteligisset mandavit ser Pasqualino eius millite et Tono Nansuato cabalario ut ditam Ursulam detenire, dan venit et detempta ad ipsum deducere.

Qui milles et Tonnus suprascripti iux mandata domini pottestatis paulatim post predictam coram antelato domino protestate, dictam Ursulam presentaverunt et donam Angnixinam eius matrem.

Constituta dicta Ursula coram antelato domino pottestate in rocha Anoalis supra eius  podiollo sue residentie, et interrogata, si de presente est gravida sive peperit fillum aut filliam, que respondit non est gravida neque peperisse fillium sive filiam. Deinde interrogata, ubi fuit heri et quie fecit et se sola aut sociata in domo stetit, que respondit quod die illo in domo cum matre sua stetisse partim et partim sub porticum sue domus ad fillando. Interogata iterum ut dicat veritatem, que respondit quod ignorat quie hoc dicere vult eo quia aliud non fecit nissi ut supradixit.

Post hec omnia et immediate prefatus dominus pottestas cupiens inteligere veritatem rey, interogavit illam ubi erant claves sue domus et si quis in illa erat, que respondit quod nemo in domo erat et claves penes se erant, quas deinde prefacto domino potestate tradidit et vocatus ad se dictum ser Pasqualinum millite dictas claves consignavit et /c.749v/ mandavit ut una cum Tono Nansuato cabalario ire deberunt ad domum habitationes dicte Ursule, et per eam dilligenter perquirere si in illa aliqua fovea est, et invenendo aliquam debeat videre si aliquis intus sepultus est. Insuper iussit atque mandavit uxori dicti millitis ut dilligenter investigare ac per personam et ventrem palpare et videre si dicta Ursula peperierat.

Post predicta dicta uxor suprascripti millitis iux mandatum sibi factum retulit prefacto domino potestaste dilligenter perquirisset dictam Ursulam que habet rationes suas prout et sicut habent alie mulieres quas si peperierat. Ignorat ex eo quod de hoc non bene se intelegit.

Ser Pasqualinus milles et Tonus suprascripti, paulatim post omnia supradicta, redierunt de domo habitationis dicte Ursule et presentaverunt prefacto domino potestate unum puerum mortum quem dixerunt invenisset sepultum in una fovea subtus eius leteriam, qui puer habebat totam gulam nigram. Quo visso, immediate dicta Ursula cepit exclamare dicendo, plorando, mortua sum quia peperi hunc fillium mortuum et ut aliquis sciret sepelivi eum subtus leteriam meam.

Quibus omnibus auditis, visis et intellectis ut veritas dillucidarent quomodo res iste se habent, prefactus dominus potestas interrogavit ditam Ursulam si ille puer batizatus erat, que respondit quod sic interogata quis eum batizavit, que respondit ipsamet batizasse. Interogata quomodo et qualiter eum batizavit, que respondit quod porecta sibi unum modicum de aqua et sale a matre sua dum illum peperisset, matre sua insienter ipsum batizavit. Interogata cuius est fillius, que respondit quod est sive erat fillius presbitery Iohannis plebani pro dimidia ecclesie sanctorum Felicis et Fortunati de Anoalis.

Quem puerum, prefactus dominus potestas iussit sepeliri. Et sic factum fuit /c.750r/ in domo ad acipiendum unum fazolum que cum redidisset ad dictam teietem invenit ditum puerum mortum. Et videns hoc, timens ne aliquis de hoc se prependeret, acepit illum subtus investituram et portavit supra solarium sue domus et in uno cassono zonchorum deposuit eum. Deinde, cercha hora vespertina recepit illum et sepelivit subtus eius leteriam. Iterum interogata ut dicat veritatem, que nil aliud dicere voluit et tunc ipse dominus potestas iussit eam ad torturam ligari per Petrum Tavolarium. Et ligata aliud dicere noluit et tracta aliquamtulum sursum, interogata ut dicat veritatem, que respondit: domine faciatis me dimitti de orsum quoniam verum dicere vollo. Et quod verum erat quod ipsa dictum puerum ocissit, et dimissa paultim iussit eam coram se deduci tunc interogata quomodo ocissit ditum puerum, que respondit quod quando peperit ditum puerum illum deposuit supra unum modicum de palea que ibi erat et ad gulam possuit unam paziam telle canipazi admodum unius fazoli, longitudinis brachorum trium cum qua illum strangolavit. Deinde fecit ut supradixit. Interogata ut dicat veritatem, quoniam ipse dominus potestas bene scit omnia, que respondit postquam ditum puerum strangolavit dum eius mater ivisset ad eam et ipsam interogasset quid faciebat, sibi explicavit omnia que gesta erant que cum audivisset cepit habere magnum dollorem redarguendo eam ac dicendo: “O' iniqua femina quid fecisti, quare non dissesti michi ac aiungendo, de hora non vollo me impedire de fructis tuis et videbis si bone aut male fecesti et aliud dicere noluit”. Unde ipse dominus potestas interogavit eam ut vellet dicere veritatem aliter sibi dabit duas strapatus corde, que respondit dum explicasset matry sue omnia que gesta erant, dicta eius mater ivit supra solarium ad videndum dictum puerum, quo vixo exivit de domo et sub porticu sue domus cum aliis mulieribus que ibi aderant, se posuit ad sedendum ad fillandum. Et illam in domo remansit aliquantulum et postino dum de domo foris exivit ut ille mulieres non se prependerent quod peperierat.
Item dominus pottestas videns quod ipsa Ursula aliud habere non poterat ! /c.750v/ ad declarationem mentis sue pro examinando iterum donam Angnixinam matrem dicte Ursule, ipsam Ursulam carcerarii fecit.

Dona Angnixina uxor quondam magistri Bortolamey Barbery de Mestre olim habitatoris in Anoalo, constituta coram antelato domino potestate in loco suprascripto et interogata dilligenter quod dicat veritatem, quis ocisit ditum puerum que peperierat Ursula eius fillia!, que respondit ignorare. Deinde interogata ut dicat veritatem eo quia ipse dominus potestas bene scit, que respondit nil aliud scire nissi ea que hac mane vidit et a dicta eius fillia dicere audivit. Interogata si dictum puerum vidit antequam hac mane, que respondit quod non. Interogata si ab aliquo vel ab aliqua persona audivit dicere quod dita Ursula eius fillia peperierat fillium, que respondit quod verum est quod heri sero venerabilis vir dominus presbiter Gulielmus, plebanus in Anoalo, ivit ad eius domum et sibi abuit dicere quod intellexerat quod dita Ursula eius fillia peperierat unum puerum, que respondit quod non credebat. Et tunc ipse dominus presbiter Gudielmus recessit. Deinde dicta dona Angnixina interogavit dicatm Ursulam si verum erat quod peperierat fillium, que sibi negavit, aliud dixit nescire. Interogata ut dicat veritatem quoniam ipse dominus potestas omnia scit, que respondit quod verum est quod heri sero Ursula sibi ostendit ditum puerum mortuum hora Avemarie, deinde quid dicta Ursula fecit ignorat quia ipsa ivit dormitum et nil aliud dicere voluit. Et tunc ipse dominus pottestas iussit ipsam ad torturam ligari per Petrum Tavolarium et ligata, interogata ut dicat veritatem que respondit dissise, et elevata aliquantulum.....


/c.751r/ die ultrascripto

Constituta coram antelato domino potestate dona Angnexina mater Ursule ultrascripte et interogata per dominum potestatem quando et qualiter dicta Ursula eius fillia peperit illum puerum mortuum ipsa insciente, que respondit de predictas nil scire, quia numquam se perpondidit quod dicta Ursula foret gravida. Ex eo quod pluries ac pluries requisivit eam ut sibi diceret veritatem si gravida erat, que semper negavit et si sciisset hoc non evenisset, interogata que res intervenerunt que respondit de illo puero, interogata si vidit illum in domo sua vivum aut mortuum que respondit quod no.

Prefacto dominus pottestas intendens de predictis habere veritatis, coram eo vocari fecit ditam Ursulam. Que cum coram eo constituta foret interogata fuit ut dicat veritatem et quali res se habent quod respondit que die herina dum ipsam haberet dollorem peperiendi ivit subtus unam teietem que est ex oposito sue domus et secum portavit unum schangnum et unam scutelam aque cum modico salis. Et cum ibi aliquantulum stetisset peperit unum puerum mortuum, quo facto ipsum batizavit et deinde supra paleam que ibi erat deposuit eum quem dum ivisset in domo et redivisset ad ditam teietem invenit mortuum et ut nemo se prependeret acepit illum subtus eius investitura et portavit supra sollarium eius domus et deposuit in quodam cassono in quo erant certi zonchi cum quibus implunture drizias amulieribus et deinde circha hora vespertina sepelivit eum subtus eius leteriam. Interogata si eius mater de hoc aliquid sciebat, que respondit quod mater eius aliquid non sciebat ex eo quod fillabat subtus eius porticu domus cum aliis mulieribus. Interogata cuius est ille puer, que respondit esse fillius presbiteri Iohannis plebani pro dimidia Anoalis. Interrogata /c.751v/ Si ad invicem habuerunt coloqium antequam ipsa peperiet ditum puerum vel post que respondit que no. Interrogata quia vult dicere quod ille puer habet totum gulam et caput nigrum et machatum que respondit hoc precessisse ex eo que quando ipsum sepelivit fovea non erat fondata et nimis curta erat et ponendo ipsum in dicta fovea calcando ipsum recepit illam negritudinem et machaturam. Interrogata quis eam aiuvavit facere ditam foveam et sepelire ditum puerum que respondit nemo viss. Quod ipsamet cum uno gladio et uno cutelacio fecit ditam foveam. Interrogata ut dicat veritatem quoniam ipse dominus pottestas omnia bene scit que respondit dissise et quod illud quod dixit est ita rey veritas.

Unde prefactus dominus pottestas intendens habere circha predictam veritatem iussit predicta Ursulam et Agnexinam ad carceres reduci et in illis reponi quousque aliam meliore declarationem habebit et sic factun fuit.

Eo die millesimo et indicione ac die ultrascriptis post prandium prefactus dominus pottestas cupiens dare huic negotio expeditionem et inteligere rey veritatem si dicta Ursula est culpabilis aut in suos mortis suprascripti pueri, iusit ipsam trahi de carceribus et ad locum torture coram eo deduci et sic per Pasqualinum millitem prefacti dominus pottestas in rocha Anoalis intra portas ad locum torture consuetum presentibus Petro Tavolario, Tono Nansuato cabalario ser Pasqualino milite prefacti dominus potestas coram ea ducta fuit. Que deducta interogata fuit ut dicat veritatem de hiis que fecit et qualiter ditus puer mortuus est. Que Ursula sic constituta coram ipso domino potestate dixit ut supra dixit hac mane quod die herina dum ipsa haberet dollores peperiendi acepit de domo unum scangnum et ivit ad unam teietem que est ex oposito sue domus cum una scutella aque et salis in manu et cum ibi aliquatulum sedisset peperit unum puerum quem immediate batizavit et deinde ipsum deposuit supra unum modicum de palea que ibi erat et de ingressit. /c.752r/ interogata ut dicat veritatem que respondit quod verum est quod ipsa Ursula eius fillia dum ipsa esset subtus teietem portavit ei unam scutellam aqua cum modico salis. Cui ipsa dixit quid vis facere aut fecisti, que respondit feci nescio quid ne impediatis de factis meis. Et tunc ipsa recessit, iterum interogata nil aliud dicere voluit et tunc ipse dominus potestas iussit ipsam sursum tirari et tracta ad mediam cordam et dicente domino potestate die verum et ipsa pure dicente nescire quid dicere tuss ea que supradixit tunc dominus potestas sibi dare fecit unum squasum et interogata ut dicat veritatem que respondit quod dicta Ursula eius fillia quando ei poresit scutelam aque cum modicu salis et interogasset illam quid facere volebat sibi dedit responsum, ego feci nescio quid et aliud dicere noluit.  Unde prefactus dominus pottestas iterato iussit ipsam sursum levari et levata usque ad mediam cordam interogavit  ut dicat veritatem et quia videbatur in exitasse stare nil aliud dicens, dimissa fuit de orsum paulatin. Et videns ipsam sic stare eam desolvi fecit et ordinavit quod duceretur ad carceres et sic ducta fuit mandato ipsius dominis  potestatis.

Die xxx1 mensis octobris

Dona Lucia dicta Cia, uxor Gasparini galengarii de Anoalo testis asumpta ex officio ipsius dominus potestatis, et interogata si ipsa scit quod Ursula fillia olim magistri Borthy Barberii peperierat aliquem fillium sive filliam in hiis diebus, que respondit de vera scientia nil scire nissi ex suspicione quam versus eam habuit die lune preterita in qua dicitur illa peperisse unum puerum quem dita die vidit portare de eius domo mortuum pro millite ipsius dominus potestatis et Tonum caballarium. Ex eo quod die dicto dum ipsa testis in diversis horis dieii non videret ditam Ursulam interest sub porticu cum aliis vicinis ad fillandum more solito, versus vicinas pluriis abuit dicere ubi est Ursula quia ipsam non video. Quo ivit usque quid vero facit et vicine respondentes dicebant miramur et dum dicta die post prandium /c.752v/ hora tarda dum dicta Ursula ivisset ad puteum pro acipiendo de aqua prospicientes vicine in facie dicte Ursule inter se razonabant quid habet Ursula quod est ita palida et vix in pedibus stare potest et sic ad invitem. Conferentes putabant quod peperierat fillium vel filliam et etiam simillia alia verba dicebant et aliter dixit scire. Interogata si eius vicina est que respondit quod sic. Interogata si dicta die in domo sua stetit, respondit quod sic presentum et presentum sub porticu. Interogata si dicta die audivit dictam Ursulam lamentare sive habere dollorem aut alio modo aliquem actum facere prout et sicut fiant[1] mulieres quando est tempus peperiendi que respondit quod non. Interogata si dicta die audivit in aliqua hora plorare aliquum puerum in domo dicte Ursule, que respondit quod non. Interogata si per aliquem foramen aut alio modo potest videre de eius domo in domum dicte Ursule que respondit quod non.

Eo die ultrascripto

Ursula fillia Bortholamey Barbery ultrascripta deducta coram domino potestate ad eius presentiam in camera sue residentie de carceribus. Et interogata ut dicat factum aprincipio usque ad finis, comodo res se habent, aliter ipsa non dicente veritatem interim dominus pottestas faciet quod dicet ! Que respondit quod infallantei disposita est dicere verum et incipiens dixit quod die lune que fuit xxvii mensis presentis dum ipsam haberet dollores peperiendi exivit de domo et acepto uno scangno ivit ad unam eius teiete que est[2] ex oposito sue domus et cum ibi aliquantulum stetisset peperit unum puerum quem ipsamet batizavit. Interim supravenit una mulier illorum de Rubeiis que habitabat in burgo versus Mestre ad eius domum ad interogandum eius matrem si compleverat unuam eius drezam, et dubitando ut ille puer non ploraret posuit ad eius gullam unam peziam canipazi ad modum unius fazoli longitudinis brachorum trium et de inde cum manum frachando /c.753r/ supra gulam ut non exclamaret et coperiendo eum subtus investituram et tantum tenuit quousque illa mulier recessit. Que cum recessisset descoperuit eum et invenit illum sufocatum et mortuum. Et tunc illum acepit subtus investituram et portavit supra solarium sue domus et illum in quodam cassono zonchorum deposuit. Quo facto desendit de solario et exivit de domo sub porticu et cepit unum modicum fillare, ut ille vicine non se prependerent ut peperierat. Et sic stando mater sua sibi abent dicere quid habes quia in facie es ita palida, que respondit nichil habeo et hiis dictis introivit in domum et ivit ad ignim pro cucinando prandium et cucinavit certos faxolos et dum ipsa et mater sua comederant de dictis faxolis propter certos dollores quos ipsa habebat undique se torquevebat et tunc eius mater cepit eam interogare quid ipsa habebat. Cui illa naravit qualiter peperierat puerum unum mortuum que possuerat in uno cassono zonchorum supra solarium quo audiens dicta eius mater ivit ad videndum et acepit illum et de orsum portavit et deposuit illum subtus lectum et in sero ambo dormitum iverunt et hora circha quinta notis sureserunt et illum sepeliverunt in una fovea subtus eius leteriam. Et istud est verum precisse.

Die dicto

Dona Angnexina mater suprascripte Ursule, constituta coram antelato domino potestate in camera sue residentie. Et interogata de plano ut dicat veritatem et factum aprincipio usque ad fines comodo res se habent alioquam ipsa non dicente ut que dominus pottestas faciet sibi bene dicere veritatem. Que respondit quod disposita est animo dicere veritatem quatenus alias dixit et incipiens dixit quod dum die lune preterita que fuit die XXVII intrantis /c.753v/ dum ipsa esset in domo hora Ave Marie et vidisset illum puerum mortuum in cassono zonchorum supra sollarium, acepit illum et portavit de orsum et posuit illum subtus lectum et aliud dixit nescire quia postea ivit dormitum et circha hora quinta notis dicta Ursula surexit et sepelivit eum. Interogata quis aiuvavit fovere ditam foveam et sepelire dictum puerum que respondit ignorare. Interogata ut dicat veritatem quia ipse dominus potestas bene omnia scit, que aliquantulum stupefacta stetit stetit. Et postmodum dixit quod verum est quod ambo suresserunt hora predicta de lecto et subtus dectam leteriam fecerunt dictam foveam et sepeliverunt eum. Interogata quis fecit foveam que respondit quod fuisse Ursula eius fillia. Interogata si vidit ditum puerum quando dita Ursula peperit eum, que respondit non vidisse eum nissi supra solarium in cassono zonchorum mortuum ut pre dixit. Et quod quando peperit illum ignorat eo quod  sub porticu sue domus cum aliis mulieribus fillabat et non introivit domus nissi quando illa mulier  de Rubeiis venit ad eam ad petendum suam dreciam  et si istud scivisset hoc non evenisset.

Unde facta dicta examinatio dictarum Ursule et dona Agnetis de plano prefactus dominus pottestas illas reduci fecit ad carceres modo et intentione eas purgandi cum tortura et habere veritatem et sic ambo in carceribus deducte fuerunt.


Die quinto novembris

Ursula suprascripta ad locum torture consuetum coram antelato domino potestate pro veritate habenda, constituta et interogata ut dicat veritatem  de plano aliter sibi dare faciat de strapatas corde. Que respondit quod ignorat qualiter fecit et quod credit peperisse illum puerum mortuum /c.754r/ Onde prefactus dominus pottestas videns quod dicta Ursula ibat per ambovis iussit eam spoliarii et ad torturam ligarii et legata, interogata ut dicat veritatem que respondit peperisse ditum puerum mortuum. Unde iussit ipsum sursum trahii et levata ad mediam cordam, interogata ut dicat veritatem que respondit quod deponatur quod vult dicere veritatem et deposita, interogata ut dicat veritatem que respondit quod ignorat comodo et qualiter peperit ditum puerum ex eo quod ipsum non audivit plorare et quod credit illum peperise mortuum ! Unde prefactus dominus pottestas iterum iussit illam levarii et levata sibi datum fuit unum squasum et deinde interogata ut dicat veritatem que respondit ipsum puerum ocidisset. Interogata comodo ocisit illum que respondit, dum illum peperisset et batizasset ut alias predixit et venisset ad domum suam illa muliere de Rubeis postulando matri sue unam drezam, timens ne illa se prependeret quod illa perierat ac ille puer non ploraret ad gulam dicti pueri circum circha ter posuit unuam peziam canipi ad modum unius fazoli et manum supra gulam et deinde subtus investituram et tantum cum manu frachavit quod an sufocavit et hoc habit iusit eam planinude deponere et disolvi et ad carceres reduci et sic factum fuit.


Eo die
Dona Angnixina ultrascripta ad locum torture consuetum coram domino pottestate constituta et interogata ut dicat veritatem quia ipse intendit purgare indicia et ab ipsa onino habere veritatem rey, que respondit numquam vidisset ditum puerum nissi mortuum. Interogata qualiter vidit ditum puerum mortuum que respondit, quod die illa qua peperit dita Ursula ditum puerum circha hora vespertina, dum vidisset ditam Ursulam totam palitam, versus eam abuit dicere quie abes. Et tunc illa sibi respondit ego feci malum. Cui ipsa respondit quid facesti, et illa respondeit ego peperi unum puerum mortuum. Et tunc ipsa respondens dixit ubi posuisti eum, que /c.754v/ respondit ego portavi supra sollarium et in cassono zongrorum deposuit eum. Et tunc ipsa hoc audiens ivit supra solarium et invenit ditum puerum mortuum in dicto cassono zonchorum et acepit illum et de orsum portavit et subtus lectum posuit eum et postmodum circha hora quinta notis dicta Ursula suresit et sepelivit illum subtus lecteriam et quod verum est quod sibi lumen fecit tenendo lucernam et in aliquo alio acto se impedivit.

Quibus auditis et intelecetis, prefactus dominus pottestas videns ab ipsam donam Angnixina aliud non possit habere pro nunc deliberavit ipsam amplius interogare dum ad aliam diem remitere in qua die onino intendit veritatem abere. Et iussit illam ad carceres reduci et reponi et sic factum fuit.


Die XIII novembris

Ursula suprascripta ad locum torture consuetum coram antelato domino pottestate constituta et interogata si disposuit ad hunc dicere veritatem et si non disposuit quod disponat aliud sibi dare faciet tot strapatas corde quod dicat, que respondit quod nil aliud abet dicere nissi illud quod dixit die quinto instantis et ita de presenti replicat quod dum peperisset illum puerum et ipsum batizasset veniens ad domum matris sue illa mulier de Rubeis pro acipiendo illam suam dreziam et ut illa non videret ditum puerum aut audiret eum plorare illum abscondidit subtus eius investituram et ad gulam posuit circumter unuma peziam canevazi ad modum unius fazoli, tenendo manum supra gula intantum quod ocissit eum. Unde prefactus dominus pottestas volens habere veritatem iussit eam spoliari et ad torturam ligari et ligata sursum trahii et trata datum sibi fuit unum squassum et interogata ut dicat veritatem que respondit strangolasset ditum puerum cum illa pecia canipi ut predixit de inanzi etiam sufocavit quia tenebat manum supra essum taliter quod suspirare non poterat. Interogata quis /c.755r/ eam aiuvavit sive dedit consilium aut favorem, quod respondit quod nemo nissi que mater sua dedit illam scutelam aque et modicum salis. Unde prefactus dominus pottestas iterum iussit illam sursum trahi et levata sibi dari fecit unum squasum, et interogata ut dicat veritatem que respondit que deponatur que certe disposuit dicere veritatem et deposita planinude et coram domino pottestate deducta, interogata ut dicat veritatem que respondit quod dum peperierat ditum puerum ut predixit, videns quod nemo illam viderat quod peperierat, diabolico spiritu investigata strangolavit eum et quod nemo de hoc sciivit neque dedit consilium sive favorem y salvo quod[3] postquam strangolavit ditum puerum et posuerat in cassono zonchorum videns eius mater quod erat in facie palida, interogavit eam quis habebat et illa sibi illo tunc palentavit omnia predicta. Interogata que intentio fuit sua ante quam peperierat facere de dicto puero, que respondit quod bona erat, suum  postmodum dum peperisset et quod nemo eam viderit neque sciebat nunc  se prependit vollens cupire falum suum diabolico spiritu instigata, strangolavit eum et meretur  morii quia propria carnem ocissit. Unde prefactus dominus pottestas videns habuisset a dicta Ursula veritatem, iussit disolvi et in carceribus reduci et sic factum fuit.

Eo die post inmediate predicta

Dona Angnixina mater suprascripte Ursule ad locum torture consuetum et coram antelato domino pottestate constituta pro habendo veritatem et interogata de plano ut dicat veritatem que respondit nil aliud habere ad dicendum nissi replicare ea que all(?) predixit. Et quod certe usque se prependidit quod dita Ursula foret gravida et quod verum sit et dubitando illa non foret gravida veneriis ad medicum de Orissia urinam dicte Ursule portavit qui cum illa vidisset sibi retulit quod dita Ursula non erat gravida et sic ipsa non credebat imo repugnabat cum aliquibus qui si dicebant quod imo erat /c.755v/ tamen ipsa dicendo quod menerebant quonam medicus de Brissia sibi afirmaverat quod non erat et illa sic credendo non ponebat mentem quando aliquid ipsa faciebat quia hoc modo fuit decepta et si hoc servisset fecissit provvisionem quod hoc non acedisset et quod de aliqua re non est in culpa.

Eo die (eodem) millesimo et indicione die iovis XIII mensis novembris prefactus dominus pottestas  pro eo que habuit a suprascriptis domina Angnexina et Ursula iusit formary inquisitionem contra ipsas donam Angnexinam et Ursulam infrascripti tenoris.

In ex inquisitio seu titulus inquisitionis que fit seu fieri intenditur per specatibilis ac generosum virum dominum Andream Victuri pro illustrissimo domino dominium Venetiarum et ex honorabilis pottestatis Anoalis contra et adversus donam Angnexinam uxorem olim magistri Bortolamey Barbery de Mestre habitatore in Anoalo et Ursulam eius filiam tamquam publicas homicidiarias feminas male conditionis vite et fame in eo de eo et supra eo quod ad aureis et noticiam ipsius domini pottestatis provenerit non quidem amalevolis neque suprascriptis personis pocus fidedignis fama publica precedente et clamorosa insinuatione referente pervenit lune que fuit XXVII mensis octobris preteriti foret gravida presbiteri Iohannis plebani pro dimidia[4] eccelsie sanctorum Felicis et Fortunati de Anoali esset in domo sua et venisset tempus peperiendi habendo dolores peperiendi stando ad ignim et propter dictos dollores se huic inde torquebatur dubitans ne aliquis sciret quod fuisset gravida neque se prependeret quod peperiret et in scienter dona Angnexina eius mater acepit unum schangnum et foris de domo exivit et ivit quadam teiete que est ex oposito sue domus et paulatin post sedendo supra dictum schangnum peperit unum puerum que abscondidit subtus eius investituram et vocavit ditam donam Angnexinam eius matrem ut sibi portaret unam scutellam /c.756r/ aque cum uno modico salis. Que dona Angnexina inscienter quid facere volebat dita Ursula ditam scutelam aque et salis portavit, interogando illam quid facere volebat cui illa respondit ite ad faciendum facta vostra et de meis nolite impedire. Et dum ipsa recessiset et intrasset domi, quedam mulier illorum de Rubeiis supravenenit et cepit petere dicte dona Angnexine unam eius dreziam et cum aliquantulum ad iniucem locute fuissent ixiverunt de domo et venerunt subtus porticum isto.  Iterum dita Ursula que peperierat puerum et obsconderat subtus investituram suam, diabolico spiritu instigata ter aligavit  circum circha gulam dicti purii unam peziam canipi admodum unius fazoli longitudinis brachorum trius et illum puerum cum dicta pezia strangolavit. Deinde illum subtus eius investituram acepit et portavit supra solarium sue domus et illum posuit in uno cassono zonchorum, deinde venit subtus porticum ubi mater erat que sibi dixit ut ire deberet ad preparadum prandium, et sic ipsa Ursula ivit in domo et cuzinavit certos faxolos, et dum predicta dona Angnexina et Ursula comederent de dictis faxolis prospiciendo dita donna Angnexina versus ditam Ursulam abuit dicere quid haberes quia ita palida es in facie, cui dita Ursula respondebat nichil habeo. Et ipsa Angnexina replicante imo aliquid habes et tunc ipsa Ursula cepit dicere ego feci malum quia peperi puerum unum et illum ocissi. Quo audiens dita dona Angnexina cepit versus ditam Ursulam dicere, o femina penissima numquam voluisti palentare michi quod fores gravida, imo cellando et negando semper versus me dicebat non sum et videbitis quod illi qui dicunt menciuntur et multa alia verba, dicendo ut in processu formato aparet. Et tunc ipsa dona Angnexina versus ditam Ursulam abuit dicere ubi posuisti eum, dici michi. Cui dita Ursula dixit ego posui eum supra solario in cassono zonchorum que cum hoc audivisset ivit supra sollarium ad ditum cassonum et ibi invenit eum, quem acepit et de orsum portavit et subtus lectum colocavit, dicendo quid vis modo de illo facere et /c.756v/ recessit de domo. Et in sero ambo iverunt dormitum et circha hora quinta notis predicte suresserunt et dita Ursula acepit uno gladio et uno cutelazio intravit subtus leteriam et fecit unam foveam in qua ditum puerum sepelivit facendo dita dona Angnexina lumen ad predictam Ursulam. Comitendo predicta contra deum, ius et iusticiam et contra formam statutorum comunis Anoalis et provisionim ducalium ac in vilipendium regiminis prefacti domini pottestastis.

Eo die ultrascripto

In[5] rocha Anoalis et supra salam de Belveder, presentibus ser Liberale quondam ser Bortolamey de Zucareda, ser Laurentio Sorgato, messer Iohane de arzenta pelipario in Anoalo et multis aliis, coram prefacto domino pottestate sedente pro tribunal supra unam bancam quem locum pro idoneo et iuridito ad huic actum elegit, constitute personaliter dona Angnexina et Ursula ultrascripte in ultrascripta inquisitione nominate et lecta sibi ultrascripta inquisitione formata contra ipsis de verbo ad verbum vulgari sermone per me cancelarium de mandato prefacti domini pottestatis ad sui plenam inteligentiam et interogate quid volebant respondere et quam excusationem facere, sponte, libere et excerte suam dixerunt et confesse fuerunt omnia et singula in ipsa inquisitione contenuta vera esse et fuisse, nec volle nec scire facere aliam excusationem. Et statui ego cancelarius infrascriptus vocavi omnes ibi astantis testis qui omnes intelexerunt et audierunt confessionem spontaneam ipsorum dona Angnexine et Ursule. Quibus  sic prefactis dominus pottestas assignavit ipsis dona Ursule et dona Angnexine presentibus, audientibus et inteligentibus quatenus usque ad tres dies proxime futurios debeant facere defenciones suas si quam amplius facere intendunt et perhemptorie.

Condanata fuit dita Ursula ad decapitandum et donna Angnexinia fuit absoluta.  Expedit.      
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[1] Faespunto.
[2] Expo – espunto.
[3] Quando – espunto.
[4] Sanctorum – espunto.
[5] Ratificato – margine sinistro.

domenica 9 luglio 2017

PARACELSO: LO SCONTRO RIVOLUZIONARIO, FILOSOFICO, RELIGIOSO CON LA MEDICINA ACCADEMICA, DAL QUALE NACQUERO LA MEDICINA, LA CHIMICA E LE SCIENZE MODERNE. LA STORIA E’ VIVA.






Uno dei ‘medici’ del Rinascimento con cui nessuno poté competere per fama e seguaci fu Paracelso, un nome che, per almeno un secolo, ebbe una forza esplosiva. I suoi discepoli furono numerosissimi, e per loro Paracelso fu il profeta di una nuova era. Paracelso mise in discussione la medicina accademica del tempo, tentando di rompere il monopolio della casta sociale che la professava. Dal Potere fu considerato un eretico ignorante, un ciarlatano, propugnatore di idee rivoluzionarie che minacciavano l’intera scienza medica e le sue onorevoli istituzioni. Paracelso sferrò un attacco frontale tanto contro la medicina ufficiale galenica[1], quanto contro le facoltà mediche delle università. E lo scontro fu assoluto, ideologico, sociale e anche religioso. Paracelso in realtà si chiamava Philip Theophrastus Bombast von Honenheim, era nato a Einsielde, vicino a Zurigo, nel 1493 o 1494. Il padre, membro illegittimo di una nobile famiglia sveva, era il medico locale. A nove anni, trasferitosi a Villach, in Austria, con tutta la famiglia, Paracelso iniziò a lavorare come apprendista nelle miniere d’argento di Hutenberg che appartenevano ai potentissimi banchieri Fugger di Augusta. In seguito, cresciuto, viaggiò molto studiando e praticando medicina in Italia, Olanda, Prussia, Polonia, Scandinavia e anche nel Levante. Nel 1526 fu imprigionato a Salisburgo per le sue aperte simpatie per la rivolta dei contadini, fuggì e riparò a Basilea dove riuscì a curare con successo dai suoi disturbi lo stampatore Johann Froben, editore di Erasmo, del quale diventò medico. Grazie a questa cerchia speciale di amicizie, Paracelso fu nominato Staadtphysicus, col titolo di professore di medicina e il diritto di tener lezione all’università. Ma all’udire le sue lezioni le autorità della facoltà di medicina inorridirono: Paracelso si rifiutava di rifarsi nelle sue lezioni alle autorità consolidate di Ippocrate, Galeno, Avicenna, annunciando che invece avrebbe basato le sue lezioni sulla propria esperienza, formatasi anche sulle malattie dei minatori e sulle ferite di guerra che egli aveva curato come chirurgo militare alle dipendenze della repubblica di Venezia nel 1522. Le facoltà mediche del tempo prevedevano per il medico un curriculum di studi approvato e provvisto degli speciali dottorati. Il medico del tempo interpretava la scienza, che era filosofia medica, e il chirurgo o il farmacista erano considerati di grado inferiore, tanto che a loro non era richiesta formazione universitaria e conoscenza del latino. Chirurghi e farmacisti dovevano solamente eseguire gli ordini dei medici usciti dalle facoltà universitarie. Paracelso aveva ottenuto una laurea a Ferrara per cui conosceva bene il curriculum studi richiesto al medico dalle autorità. Tuttavia il suo insegnamento fu una sfida contro la gerarchia e il curriculum richiesto dalle istituzioni accademiche. Paracelso dissertava di medicina in volgare, nel suo dialetto svizzero tedesco. E il giorno di san Giovanni del 1527 buttò nel tradizionale falò di mezza estate il Canon di Avicenna, un testo sacro della facoltà di medicina. Purtroppo, subito dopo questo eclatante gesto il suo protettore, l’editore Froben, morì e un canonico della cattedrale suo paziente mise in discussione una sua parcella. Ad un tratto Paracelso si trovò contro Stato e Chiesa e dovette fuggire, ritornando ad una vita di vagabondaggio per il nord Europa. Nel suo vagabondaggio a volte fu accolto come un eroe, altre volte fu ridotto alla mendicità. Viveva comunque alla grande e beveva molto. Indossava abiti costosi e portava al suo fianco, sempre, una spada. Dormiva poco e trascorreva intere giornate alla sua fornace. Sfidava i contadini nel bere e vinceva, poi apparentemente lucido dettava le sue opere filosofiche. Morì a Strasburgo nel 1541 a quarantasette anni. Pochissime sue opere furono pubblicate durante la sua vita. Tra queste, un’opera sulla sifilide o mal francese, che contestava la cura ufficiale a base di legno guaiaco e mercurio liquido, fu proibita dal consiglio cittadino di Norimberga su ‘consiglio’ degli stessi Fugger che all’epoca detenevano il lucroso monopolio del guaiaco. Paracelso scrisse molte opere e pare le avesse consegnate ai suoi discepoli viaggiando per l’Europa, per cui vennero alla luce solo dopo la sua morte. E su queste opere postume sorse il movimento paracelsiano. Certo il periodo più produttivo di Paracelso fu quello di Basilea. E in questa città il medico rivoluzionario lasciò le sue opere nelle mani di un giovane di nome Johannes Herbst che autorizzò a diventare suo editore.  Herbst fece carriera a Basilea e divenne il sommo stampatore degli studiosi della Riforma, ma non stampò mai i manoscritti di Paracelso, che così giacquero inediti fino a che Adam von Bodestein, un medico entrato a far parte della facoltà di medicina di Basilea nel 1538, figlio di un riformatore protestante, e anche noto con il nome di Carlostadio, non li scoprì. Carlostadio, medico seguace della medicina galenica, medico personale dell’elettore palatino capo della famiglia Wittelsbach, colpito nel 1556 dalla febbre terzana che lo reso infermo per circa un anno, disperato, accettò di farsi curare da un medico paracelsiano, e nel giro di un mese si ritrovò guarito. Divenne così seguace di Paracelso e fu il primo a insegnarne la dottrina a Basilea. Fu ammonito dalle autorità universitarie e alla fine nel 1564 fu espulso dalla facoltà di medicina per aver pubblicato libri eretici e scandalosi, e per essere un seguace del falso insegnamento di Paracelso. Pur espulso restò a Basilea e si batté con coraggio pubblicando più di quaranta opere del suo maestro, divulgandone gli insegnamenti. Opere paracelsiane uscirono a dozzine nell’ultimo quarto del XVI secolo, apocrife. E alla fine del secolo idee paracelsiane furono ascritte a immaginari alchimisti del XV secolo, rafforzando il credito di Paracelso collocandolo nel quadro di una rispettabile tradizione medievale. Inizialmente le opere di Paracelso ebbero larga diffusione soprattutto nel mondo di lingua tedesca. Dopo la sua morte alcune furono tradotte in latino. Certo l’uso della lingua tedesca da parte sua aveva avuto una precisa motivazione: rompere con la tradizione ufficiale e crearne una nuova, infrangendo il monopolio della medicina universitaria ed istituzionale. Paracelso chiamò a raccolta gli artigiani della professione medica, i chirurghi e i farmacisti, un atto di sfida alle istituzioni pari a quello di Lutero e di altri riformatori protestanti in campo religioso. Paracelso è spesso stato descritto come il Lutero della medicina, e, in effetti, protestantesimo e paracelsismo acquisirono nel tempo interessi comuni. A livello metafisico la medicina di Paracelso si rifaceva al platonismo ermetico del Rinascimento, e dunque la sua dottrina era essenzialmente antiaristotelica, a differenza di quella della medicina istituzionale. Paracelso riteneva Aristotele un pagano che aveva distorto e impregnato di materialismo la vera filosofia, che secondo la sua visione era neoplatonica ed ermetica. La sua teoria si fondava sulla cosmologia neoplatonica elaborata da Marsilio Ficino del macrocosmo e del microsomo. Il corpo e l’anima dell’uomo rispecchierebbero in miniatura il corpo e l’anima del mondo, e tra di loro esisterebbero corrispondenze e simpatie che il magus può comprendere e controllare. Sulla base delle sue esperienze di lavoro nelle miniere e nelle fornaci dei Fugger, e dallo studio degli alchimisti medievali, Paracelso teorizzò un macrocosmo chimicamente controllato, quasi un gigantesco crogiuolo, creato tramite un’operazione chimica che aveva separato il puro dall’impuro. Per cui il microcosmo umano era a sua volta un sistema chimico che poteva essere alterato, corretto e curato mediante un trattamento chimico. Secondo Paracelso le malattie non erano uno squilibrio degli umori come prevedeva la medicina galenica ufficiale, ma parassiti vivi impiantati nel corpo umano. I tre principi fondamentali della medicina paracelsiana erano lo zolfo, il mercurio e il sale. I veleni diventano elementi curativi a piccole dosi, e la ricerca assoluta era quella di un solvente universale. La medicina di Paracelso aveva anche un carattere profetico, messianico e rivoluzionario. Se l’inizio del mondo era stato un inizio chimico, anche la sua fine, la fine del mondo poteva essere chimica. La profezia del ritorno di Elia prima dell’avvento del terribile giorno del Signore, e l’avvento dell’Anticristo, ripresa dal monaco calabrese Gioacchino da Fiore nel XII secolo, e collocata all’inizio della terza e ultima età del mondo, fu ripresa da Paracelso e modificata. Paracelso affermò che Elia sarebbe apparso cinquantotto anni dopo la sua morte, e sarebbe apparso come ‘Elia l’artista’ cioè, nel linguaggio degli adepti, l’Alchimista. E come tale, Elia avrebbe rivelato tutti i segreti della chimica, mostrando come il ferro potesse essere trasformato in oro. Da qui poi sarebbe seguita un’ultima trasformazione del mondo, non una battaglia di Armageddon ma una separazione chimica, come era stato all’inizio del mondo. A livello pratico, a dispetto della teoria, la medicina paracelsiana ottenne buoni risultati usando farmaci chimici o minerali. Alla luce dei criteri medici moderni, il trattamento delle ferite dei medici paralcelsiani fu estremamente intelligente. Essi attribuirono grande importanza alle acque e ai bagni minerali, impiegando dosaggi medicinali moderati e semplici. Idearono narcotici e oppiacei per alleviare il dolore, il più famoso analgesico di Paracelso fu il laudanum, (termine da lui inventato), usato fino all’Ottocento. Paracelso scoprì anche come preparare e usare l’etere. I medici paracelsiani in realtà ebbero un gran successo per la semplice ragione che i loro pazienti guarivano, o avevano l’impressione di guarire. I medici ortodossi rispondevano compilando liste e statistiche di quanti pazienti erano stati uccisi dai medici paracelsiani, dall’antimonio, ad esempio. Tuttavia dovettero alla fine ammettere gli effetti positivi pratici di laudano e appunto, antimonio. La medicina paracelsiana fu teosofia neoplatonica, profezia messianica e medicina chimica, e la storia del movimento paracelsiano è la storia complicata e difficile della convivenza di questi tre aspetti. La medicina paracelsiana non poteva prescindere dalla teosofia e dalla profezia, per cui alla fine divenne una visione radicale che minacciava di sovvertire l’ideologia e le istituzioni canoniche del mondo medico, e non solo di quello. La dottrina di Paracelso scardinava il potere delle corporazioni mediche ufficiali, minacciando antichi diritti e privilegi acquisiti. Il paracelsismo, come il protestantesimo, fu una filosofia di rivolta contro l’ordine costituito. Paracelso fu avidamente studiato dal più grande dei maghi elisabettiani, Jhon Dee. Con il concilio di Trento la chiesa Cattolica romana divenne meno tollerante verso il neoplatonismo, ribadendo l’ortodossia aristotelica e considerando il neoplatonismo una pericolosa filosofia irenica[2], mirante a riunire la cristianità sulla base di una erronea religione ‘naturale’. La chiesa romana divenne il naturale alleato delle corporazioni mediche, proteggendone il monopolio. Per cui il movimento paracelsiano fu spinto gioco forza ad allearsi col protestantesimo.




[1] Galenica da Galeno edico greco antico che ha tramandato la medicina ippocratica. Nel suo Sugli elementi secondo Ippocrate descrive il sistema del filosofo dei "quattro umori corporei", che sono stati identificati con i quattro elementi antichi che hanno dominato la medicina occidentale per tredici secoli, fino al Rinascimento e anche oltre.
[2] Orientamento teologico che tende a enucleare i punti comuni alle differenti confessioni cristiane in vista di una loro unione.  Nel secolo della Riforma lo sviluppo dell’irenismo, coincide con quello della tolleranza. 

martedì 13 giugno 2017

LA PAPESSA GIOVANNA TRA JAN HUS, 

JOHN WYCLIFF, MARTIN LUTERO, 

FLORIMOND DE RAEMOND E 

GIORGIONE. 




Madonna Leggente, Giorgione. 

                                                                                                                                   Dettaglio.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

Storia della Papessa Giovanna: Secondo la ‘leggenda’ si trattava di una donna inglese educata a Magonza che, per mezzo dei suoi convincenti e ingannevoli travestimenti in abiti maschili, riuscì a farsi monaco con il nome di Johannes Anglicus per poi salire al soglio pontificio, alla morte di Papa Leone IV (17 luglio 855), con il nome di Giovanni VIII. La papessa incinta di uno dei suoi tanti amanti, avrebbe partorito prematuramente durante la solenne processione di Pasqua, nella quale il Papa tornava al Laterano dopo aver celebrato messa in San Pietro, mentre il Corteo Papale era nei pressi della basilica di San Clemente. Scopertone il segreto, la papessa Giovanna fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita nei pressi di Ripa Grande. Sarebbe stata sepolta dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano. È considerata dagli storici una leggenda medievale, poi sicuramente ripresa dal potere temporale francese in conflitto col papato e diffusa specialmente nel mondo protestante a discredito della carica papale.
Jan Hus, celebre teologo riformatore boemo, finito sul rogo nel 1415, nel suo De Ecclesia (1412), rifacendosi a John Wycliff (132-1384), a riprova del fatto che l’elezione del Papa per acclamazione non garantisca l’effettiva legittimità della successione, scrive: come avvenne nel caso di Agnese che fu ritenuta papa legittimo della chiesa, riferendosi alla Papessa[1].  Tale affermazione di Hus non sarà reputata eretica dal Concilio di Costanza che lo condannerà al rogo per altre affermazioni contenute nello stesso libro.
Martin Lutero (1483-1546), nei suoi Discorsi a tavola sostiene di aver visto con i propri occhi, durante il suo viaggio a Roma del 1510, il monumento funerario della Papessa. La definisce una statua ‘imbarazzante’, raffigurante una donna con un mantello papale sulle spalle, un bambino in braccio e uno scettro nell’altra mano[2].
Florimond de Raemond, giurista cattolico francese (ca. 1540-1601), consigliere del Re al Parlamento di Bordeaux, nel capitolo XXII del suo libro Erreur populaire de la Papesse Jane (1595), opera che mira a confutare tutte le teorie protestanti sulla papessa, riconosce la presenza della statua che, scrive, fu fatta rimuovere da papa Pio V durante i lavori di riassetto urbanistico delle zone di Roma nella quale si trovava. Sostiene poi che a prima vista pareva in realtà una statua più antica, raffigurante una divinità pagana. Sempre nello stesso libro il giurista conferma la presenza di un busto della Papessa nel Duomo di Siena. Il pastore anglicano Paolo Colomesio (1638-1692) nei suoi Singularis sostenne che nella serie dei 171 busti in creta raffiguranti tutti i Papi, realizzata all’interno del Duomo di Siena nel XV secolo, fosse incluso il busto della Papessa. Informazione confermata da Jean de Launoy, che nel suo libro Auctoritate negantis argumenti sostiene di aver visto il busto nel 1639. Tuttavia pare che Clemente VIII, convinto da alcuni suoi vescovi e dal Granduca di Toscana avesse fatto cambiare tra il 1600 e 1601 i lineamenti del busto, trasformandolo in quello di papa Zaccaria. Il monaco e teologo Jean Mabillon, fondatore della paleografia moderna, afferma che in realtà la statua sarebbe stata ritoccata da Alessandro VII. Cesare Cantù nel 1866 riporta ancora la versione che vede Clemente VII autore della manomissione del busto. Vale la pena di ricordare che sul pavimento del Duomo di Siena davanti al portale centrale, è rappresentato Ermete Trismegisto che allude all'inizio della conoscenza terrena, quella del mondo antico, con un libro che simboleggia Oriente e Occidente, e riporta parole legate alla creazione del mondo.
La Madonna leggente (Oxford, Ashmoleam Museum of Art and Archeology), non è mai stata oggetto di studi accurati, né di una disanima interpretativa circostanziata. Quadro dalla datazione (1506-1508) e dalla attribuzione controversa, è generalmente ritenuta opera giovanile di Giorgione. Guardiamolo: vi è un reciproco distacco, psicologico e di posizione, tra la madre e il bambino. Il dato più eclatante è il paesaggio veneziano sullo sfondo tratteggiato con sommarietà, con la tipica inclinazione giorgionesca delle linee verticali degli edifici verso sinistra, giudicata da alcuni quasi ‘sbilenca’. La veduta, limitata orizzontalmente dal muretto di un poggio coperto da piccoli arbusti e piantine, è chiusa verticalmente da un panno di colore verde cupo, orlato da una fascia ricamata d’oro. Sullo sfondo la piazzetta di San Marco e gli edifici che la delimitano. La luce è crepuscolare. Una folla enorme riempie la scena urbana dalla riva degli Schiavoni allo spazio davanti alla Zecca e si concentra a ridosso delle due colonne. La rappresentazione dello spazio urbano non è precisa e oggettiva, sembra quasi una giustapposizione complessa di vedute diverse, rielaborate e amalgamate. La folla fittissima, assiepata nello spazio tra le due colonne, antistante al bacino di San Marco contrasta con la tradizione cartografica e vedutistica veneziana, che vede generalmente poche figure umane. Non è una processione religiosa, non è una celebrazione o una festa: sembra un’esecuzione capitale. A Venezia, la pena capitale era quasi sempre eseguita tra le due colonne della piazzetta marciana, e come ad ogni pena capitale la folla era tanta. L’atmosfera crepuscolare o temporalesca, tetra, e quella folla minacciosa e fitta fanno pensare che Giorgione volesse proprio alludere ad un’esecuzione capitale. Un fatto di cronaca criminale? Un particolare evento politico?  Altra cosa: nel dipinto un rilievo particolare dal punto di vista compositivo e dimensionale, è dato al libro che la Madonna è intenta a leggere. La Vergine sembra ignorare del tutto il bambino ai suoi piedi, immersa nella lettura. Non ha alcuna sollecitudine materna. La posizione del bambino è innaturale e precaria, seduto sul dorso di un cuscino appoggiato ai piedi della Madonna, che a sua volta è seduta su un sostegno nascosto sotto l’ampia veste, con le gambe divaricate all’altezza delle ginocchia e incrociate alle caviglie sollevate e appoggiate su una pedana di legno che risulta in primo piano. Un chiaro riferimento, la posizione della Madonna, alla posizione del parto. La pratica ostetricia dell’epoca prevedeva la seggiola della partoriente, e se la seggiola non c’era la partoriente di solito si sedeva sulle ginocchia di un’altra donna. La seggiola serviva a favorire la divaricazione delle gambe, agevolando così attraverso il sedile cavo a forma di ciambella, l’espulsione del bambino che finiva ai piedi della madre. Quale però il legame tra il parto della Vergine e la condanna capitale dipinta sullo sfondo? Tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, la ‘leggenda’ della papessa Giovanna è ampiamente diffusa, ed è testimonianza dei duri contrasti tra la Chiesa di Roma e i Protestanti. Nel secondo quattrocento e nel primo cinquecento la leggenda a Venezia è conosciutissima, tanto che è riportata anche nelle carte da gioco e nei Tarocchi, dove il suo protagonista principale è ‘arcano maggiore’.  La figura della Papessa compare per la prima volta come Papesse, proprio nel tarocco di Venezia e Lombardia. Giovanni Boccaccio dedicherà alla vicenda della Papessa Giovanna il suo De mulieribus claris (1361-1362) che sarà pubblicato a Venezia nel 1506. Dopo il parto, secondo una delle versione della leggenda, la Papessa è trascinata fuori dalla città a coda di cavallo e lapidata dal popolo. Nella piazzetta di San Marco luogo di esecuzione capitale, il condannato giungeva trascinato non di rado a coda di cavallo o d’asino.

Pietro Ratto, Le pagine strappate, Elmi’s World, Saint Vincent (AO), 2014.
Ugo Soragni, Giorgione e il culto del Sole. Eresie e significati nella pittura del Rinascimento, Il Prato, Saonara (Pd), 2009.



[1] J.Hus, Tratcatus de eclesia e fonti bus manu scripti in lucem edidit, S.H. Thomson, University of Colorado press, Cambridge, W.Heffer&Son ltd, 1956, p. 141.
[2] M.Lutero, Tischreden, vol. V, n. 6447 e 6452.